Larry Brown si presenta a Torino e all'Italia "Cresceremo insieme, la mia Nba ora è qui"

La leggenda dei coach Usa guiderà la squadra piemontese: «Vincere? Vedremo...»

Torino Per la sua prima volta a Torino, gli è stata riservata la Sala Diamante all'interno del Golden Palace. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Perché coach Larry Brown è una leggenda fatta e finita, nel mondo del basket e non solo: 23 anni trascorsi sulle panchine Nba, otto squadre su nove portate ai playoff, un titolo vinto tra i professionisti con Detroit nel 2005 e uno con Kansas (nel campionato universitario) nel 1988. Nessuno ci era riuscito prima di lui e nessuno ci è riuscito nemmeno dopo, per la cronaca: una leggenda vivente, ecco.

Gli scettici a prescindere hanno comunque già storto il naso: compirà 78 anni a settembre, non ha mai allenato al di qua dell'oceano e con la nazionale degli Stati Uniti, nel 2004, ha preso sberle dall'Italia in un'amichevole preolimpica vincendo poi soltanto il bronzo ai Giochi, proprio dietro gli azzurri di Recalcati. La Fiat ha però colto l'attimo e pensa positivo: avrebbe voluto Brown già a gennaio, quando Banchi si dimise per contrasti con la proprietà e prima di affidarsi proprio a Recalcati, lo ha ricontattato settimane fa e adesso si augura di poter essere presa per mano dalla sua sapienza. Per crescere e migliorare. Per sentirsi grande davvero. Intanto il colpo mediatico è stato pazzesco, vista l'enormità del personaggio: la notizia della sua firma in Italia è rimbalzata ovunque nel mondo della palla a spicchi, a cominciare proprio dagli Stati Uniti dove l'ultima esperienza di Brown è datata 2016 alla guida di una piccola università texana da lui comunque portata al torneo Ncaa. «Sono onorato di essere qui le sue prime parole - Il mio migliore amico, Doug Moe, ha giocato in Italia negli anni '60 e ho avuto tanti altri rapporti in carriera con coach che hanno lavorato qui. Torino mi dà l'opportunità di condividere le mie conoscenze con una realtà nuova. Se potrò aiutare l'ambiente a crescere e a giocare nel miglior modo possibile, avrò fatto il mio lavoro. Non so se vinceremo il campionato, ma farò il possibile per aiutare i miei giocatori a crescere».

Umile e disponibile, così si è presentato. Per nulla arrugginito, dice: «In realtà non ho mai smesso di allenare, perché mi sono sempre confrontato in palestra con allenatori più giovani di me anche negli ultimi mesi. Mi aspetta un'esperienza meravigliosa: imparerò tanto, sicuro. Sono un po' nervoso, lo ammetto, ma anche clamorosamente eccitato. Vincere? Non lo so, ma avremo una squadra competitiva». Tra le tante cose, Brown è diventato famoso per lo slogan play the right way, ovvero giocare nel modo giusto: «Dean Smith, il mio mentore, scriveva sulla lavagna prima di ogni allenamento di giocare duro e insieme, divertendosi. Mi sono poi permesso di aggiungere difendere e andare forte a rimbalzo: questo è il mio basket». Ricetta buona per tutte le latitudini, insomma. «Amo insegnare ed allenare. L'Nba? Lì ci sono le stelle, inarrivabili. Nel college e nel basket Fiba si gioca di squadra, si condividono scelte e movimenti. A Torino cresceremo insieme, rendendo orgogliosi i nostri tifosi».