L'Astana dei dopati compagnia da evitare per Nibali e Aru

I cinque casi che hanno coinvolto i compagni dei nostri big possono gettare ombra sul loro futuro. Meglio sganciarsi...

Nibali e Aru: i due azzurri corrono per la formazione kazaka dell'Astana

Al momento, così come stiamo messi, non bisogna chiedersi se Nibali riuscirà a rivincere il Tour e se Aru riuscirà a vincere il Giro: bisogna prima chiedersi se i nostri due campioni, gli ultimi rimasti, saranno al via di quelle corse. C'è poco da sobbalzare sulla poltrona: purtroppo, non è per niente inverosimile che quanto prima la federazione internazionale (Uci) li butti fuori dalla serie A, per doping. Loro, i due puliti e specchiati, finora mai un solo problema e un solo sospetto in tutta la luminosa carriera? Loro, proprio loro. Assieme a tutta la compagnia kazaka, cioè a dire la mitologica Astana, nome della capitale di quel remoto Paese e della più ricca squadra al mondo, finanziata con le casse delle potenti aziende energetiche locali.

E' difficile dire se il caso sia più eclatante o più imbarazzante. Da un paio di mesi, la maglia giallo-celeste di Nibali è schizzata da continui scandali. Cinque i corridori del team finiti nella rete dell'antidoping: due (fratelli di Epo, i fratelli Iglinsky) sono compagni nella prima squadra, tre sono ragazzi della squadra B (anabolizzanti). Statisticamente, il tasso chimico è clamorosamente alto. Per sovrapprezzo, nessuno riesce a levarsi dalla testa che il grande capo di quelle due squadre - con pieni poteri affidati dal governo - è il venerato Alexandr Vinokourov, ex campione condannato per doping, eternamente discusso per la sua disinvolta filosofia agonistica.

Ecco, Nibali e Aru lavorano in questo ambiente. Inevitabile che milioni di tifosi in giro per il mondo, più volte tramortiti a colpi di scandali e di vergogne, siano indotti a un semplicissimo passaggio logico: Astana squadra contaminata, contaminati pure Nibali e Aru. Proprio loro, i nostri gioielli migliori, finora sempre al di sopra di qualsiasi sospetto.

Ci si capisce al volo: non è per niente bello, nell'annata storica del trionfo al Tour, portarsi dietro certe ombre. Che cosa può fare dunque Nibali, in un momento tanto teso? Come ha già fatto mille volte, può ribadire la sua pulizia, riassunta soprattutto nella magnifica frase (mai pronunciata da ciclista) a commento del trionfo parigino: «Io all'antidoping devo solo dire grazie: senza l'antidoping, non avrei mai vinto quello che ho vinto». Le opere, i fatti, prima di ogni altra cosa: cioè non cadere mai nel fango e continuare a uscire brillantemente dalle migliaia di controlli subiti in carriera.

Eppure sembra non bastare. La cornice che lo circonda rovina il quadro. La vera soluzione sarebbe proprio quella che chiunque ha sulla punta della lingua: tagliare con i kazaki, andarsene al più presto. Se l'Uci deciderà di buttare fuori l'Astana per indegnità, troncare sarà giocoforza: i contratti decadranno e Nibali sarà libero di andare altrove (anche se, a dicembre, è missione impossibile). Ma se questo non avverrà, se la politica del ciclismo non avrà la forza di stangare il più potente potentato di casa, allora il cerino resterà in mano a Nibali. A lui e alla nutrita enclave italiana (gli Aru, i Tiralongo, i Vanotti, ma anche i tecnici Martinelli e Zanini), cioè alla squadra nella squadra che vive da sempre di vita propria, allenamenti propri, metodi propri. Che dovrebbe fare, allora, questa Italia kazaka? La soluzione ideale l'ha già sul tavolo il premier Renzi, cui lo stesso Nibali non ha esitato a consegnare il proprio sogno in occasione della visita a Palazzo Chigi, per regalargli la maglia gialla: presidente, gli ha detto, bisogna ritrovare un grosso sponsor italiano per fare una bella squadra italiana, io e i miei saremmo felici di partecipare al progetto, anche a costo di rimetterci dei soldi...

Ma nell'attesa che l'Italia riparta, al momento si resta nel campo dei sogni. Inevitabile: Nibali deve tenersi stretto il contratto con i kazaki e aspettare gli eventi nel limbo nebbioso degli scandali. Per la verità, è un limbo dorato: quattro milioni netti all'anno. I kazaki pagano bene perchè Nibali e i suoi non facciano troppo gli schizzinosi.

Commenti

marinaio

Sab, 29/11/2014 - 11:02

Nibali? Pulito o non pulito il ciclismo è lo sport più dopato, (ti obbligano - SI', TI OBBLIGANO - a prendere sostanze proibite già a quattordci anni). E allora mandiamoli tutti a casa e per dieci anni dimentichiamoci di questo sport. Ne possiamo fare a meno e non morirà nessuno.