Lewis con Bolt come Diego e Pelè

di Oscar Eleni

I campioni meravigliao sono tali perché chi li guarda, applaude, si scompone cercando di scegliere il migliore di sempre. Coppi o Bartali, Pelè o Maradona. Ogni sport cerca l'idolo per sempre, il più bravo di tutti. Figurarsi se non doveva succedere all'atletica nell'anno olimpico, stagione bisestile dove si celebrano gli dei dello sport e a Rio ne abbiamo già visto tanti, anche se il padrone della scena è il più veloce di tutti, perchè il giamaicano quando vince diventa angelo senza la faccia dello sterminatore come sembrava avere Carletto nei suoi magici anni fra il 1984 e il 1996, l'ultima grande esibizione per una pastorale americana.

Usain Bolt è il padrone dei Giochi, del grande spettacolo. Quando arriva lui non resta un posto libero in tribuna e uno al primo posto nell'ordine d'arrivo. E' nella storia. Per sempre. Nessuno lo avrebbe messo in discussione, ma a Rio Carl Lewis, dite voi chi dei due è Pelè e chi Maradona sulla pista, ha voluto togliere la polvere di stelle dalle ali del grande giamaicano: «Fantastico, ma si loda troppo». Per qualcuno è soltanto gelosia, per altri una specie d'invidia che, come ci diceva un grande pensatore francese, dura più a lungo della felicità di coloro che invidiano. Certo che Carl Lewis è stato scelto come l'atleta del secolo, degli anni Novanta. Ma di sicuro ammetterà che Bolt lo è già da Pechino 2008 in poi. Non è lui che si dice supercampione, siamo noi, tutti quelli che per toccarlo si butterebbero dall'ultima fila delle tribune allo stadio Botafogo. Esaltare l'uomo nato nella parrocchia giamaicana di Trelawny, arrivato alla soglia dei trent'anni che compirà ballando la samba nella cerimonia di chiusura, non vuol dire dimenticare il figlio del vento nato in Alabama nel 1961. Era esaltante il Carletto dei 9 ori in 4 edizioni dei Giochi, ci fa perdere la testa questo Usain figlio del lampo che rispetto al grande americano ha portato negli stadi qualcosa che non si allena: la simpatia, il sorriso.

Certo che appare un po' guascone, ma chi non lo sarebbe se anche quando non è nelle condizioni migliori, quando arriva al grande appuntamento dopo stagioni dove magari si è allenato un po' meno, comunque non tanto meno come pensavano i suoi avversari, riesce a divertirsi e il fiatone nelle semifinali dei 200, incalzato dal canadese DeGrasse, bronzo dei 100, ci ha detto che anche lui sa di poter essere sfiorato. Anche Lewis viveva in questa aura speciale persino quando perse da Powell nella fantastica gara di salto in lungo ai mondiali di Tokyo nel 1991, molto amato e più odiato di Bolt, ma sorprende che un uomo maturo, uno che, come dice lui, ha avuto tutto dalla vita e che adesso sogna soltanto di allenare ragazzini e di avere le Olimpiadi di nuovo a Los Angeles di cui è testimonial nella corsa contro Roma per i Giochi del 2024, intervenga a gamba tesa sul padrone della nuova atletica. Certo che può non piacergli, ma poteva anche fermarsi quando, dopo aver detto che è fantastico, gli sembra un po' troppo presuntuoso. Senti chi parla direbbe il coro stregato dal giamaicano e poi come dicono gli inglesi la gelosia è una passione volgare, ignota fra i nobili dove giustamente pensa di dover sedere il fenomeno di Birmingham.

Ci è sempre piaciuto il Carl Lewis che ieri, come oggi, sa dire la verità e trova crepe in un sistema dove gli interessi mangiano l'anima dei campioni, ma su Bolt, proprio come succede a Maradona quando gli chiedono di Pelè, ha dimenticato che il giamaicano va più forte di lui nell'affetto della gente come ha detto anche la pista: Carl toccava i 43.373 km all'ora, Usain è a 44.720.