L'imbattibile Gigione ora è sul tetto del calcio

Superato nel derby il primato di Rossi: il portierone è proprio il migliore Solitudine e trionfi di un fenomeno che ha scritto la storia non solo della Juve

"Se non sei tormentato dopo aver fatto un errore, non sei un grande portiere. In quel momento, non importa quello che hai fatto in passato, perché sembra di non avere futuro». Lev Yashin non era un poeta, nemmeno un romanziere o un filosofo. Lev Yashin è stato la leggenda dei portieri dell'Unione Sovietica e del mondo tutto, pronunciò quelle parole per spiegare la storia, i tormenti, le paure, proprie e degli altri colleghi suoi, solitari, mai soli, ultima ombra prima del vuoto, la linea bianca come limite estremo, di qua, la vittoria, oltre, la sconfitta. Gianluigi Buffon ha vissuto questi tormenti, tra i suoi trofei e coppe e medaglie, c'è anche il premio Yashin, come miglior portiere del mondiale, memoria del Duemilasei, l'estate violenta sua e della Juventus. Gianluigi è detto Gigi ma si firma Gigione, un bambino come ogni tanto gli piace essere e vivere. Ha sofferto, con la febbre nervosa sulla pelle, gli ultimi tormenti, quelli cui accennava Yashin, quattro minuti, prima di entrare nella storia, sapendo che il passato nulla conta quando il pallone finisce alle spalle e lo osservi in ginocchio, sconfitto, umiliato. Gli era capitato mercoledì in Baviera, quando già credeva di essere in paradiso ed è poi precipitato. Da ieri è lui il portiere al primo posto sull'almanacco della serie A, è lui il portiere del record, novecentosettantaquattro minuti fanno sedici ore e più consecutive con uno zero in porta, sono il riassunto di una carriera, la didascalia di un campione. Il portiere e il suo record sono un capitolo a parte nel grande libro del calcio. E' l'immagine specifica di un ruolo che, nella sua prigione di tre pali, assiste, osserva, subisce, patisce il gioco degli altri. Il gioco della palla con i piedi, foot ball, là dove lui può usare, unico, esclusivo, anche le mani; ma ciò che sembrerebbe un privilegio, diventa il rischio, il pericolo, perché l'errore, l'uscita ritardata, la presa imprecisa, la posizione sbagliata, decidono il risultato, a volte la carriera. L'incubo vero, diurno e notturno, del portiere non è l'attaccante ma il pallone. Yashin ha parlato del futuro che improvvisamente scompare. Per Buffon è imperiosamente apparso quando è arrivato il momento del record, quando la folla ha accompagnato, scandendo, i minuti, i secondi, l'evento. L'urlo non ha celebrato una parata ma il momento. Il momento in cui il numero uno è ancora più uno di prima, da cronaca si fa storia e scrive il proprio cognome, Zamora, Yashin, Zoff, Banks, Zubizarreta, Maier, Buffon, ognuno è una fetta di vita, una parata lunga un secolo. Date un pallone a un bambino e per prima cosa lo acchiapperà con le mani, poi lo calcerà. Nasciamo portieri. Il record non è immaginabile, prende corpo con il passare delle partite, della rete che è inviolata, quasi un'immagine di vergine pronta a essere deflorata. Buffon ha celebrato l'evento nel derby, dunque la partita che unisce e divide una città, Torino, le sue squadre, diverse per censo oggi, uguali per il peso nella storia del calcio italiano, tragedie e trionfi. Nel derby, all'ultimo secondo, era nata l'altra Juventus, quella delle vittorie e basta. Nel derby la Juventus ha ribadito la propria forza ma il film del record è finito, un calcio di rigore ha fermato dopo 974 minuti l'orologio di Gigi, ora il libro è completo. Una storia incominciata ventuno anni fa, passata attraverso un titolo mondiale, scudetti vinti sul campo e cancellati in tribunale, veleni e accuse, crak finanziari, crisi famigliari, Buffon ha resistito a tutto e a tutti, ha perso, ha vinto, diventando uomo, capitano, campione, solitario e mai solo. Ma restando uguale a se stesso. Il vero record è questo.