L'inchino di Hamilton alla Rossa di Marchionne

Proprio due anni fa a Monza l'ex presidente lanciò la sfida alla Mercedes con una rivoluzione

Lo sport è ultra vita. Tutto nello sport viene amplificato. La gioia come il dramma, la gloria come la beffa. E il pensiero non può che andare a Marchionne. Due anni fa, era piena estate, quando l'ex presidente varò la rivoluzione ferrarista: via gli ingegneri blasonati, via i guru inglesi e spazio alle seconde e terze linee, a quei tecnici italiani rimasti sempre ai margini. Lo guardammo tutti come un pazzo. Plotoni di sorrisetti. Ognuno sicuro che dietro quella mossa ci fosse la disperazione di chi non riusciva a convincere gli ingegneri stranieri di grido a emigrare a Maranello. Un anno fa, era la domenica di Monza, erano i minuti successivi alla doppietta Mercedes nel parco che aveva stordito una Ferrari fin lì convinta di poter lottare per il titolo, quando Marchionne disse: «Mi girano le palle, voglio che si lavori per togliere quel sorriso dalle facce dei tedeschi...».

Lo sport è ultra vita perché la Ferrari è da tempo, da Silverstone, la monoposto numero uno e il mondiale è apertissimo. Le vittorie di Hamilton a Hockenheim e Budapest sono solo figlie dell'imprevisto, del carpe diem motoristico, delle stupidate di un fenomeno imperfetto come Vettel, del saper cogliere l'attimo degli uomini Mercedes e del saperlo talvolta perdere degli uomini di rosso vestiti. Ma è da allora che quella del Cavallino è stabilmente la monoposto più forte, più potente, più guidabile. Lo sport è ultra vita perché solo in esso la tragedia può diventare crudele beffa. Sergio Marchionne non c'è più. Non ha avuto il tempo di allungare la mano sul tavolo verde e ritirare la vincita della scommessa fatta sui giovani tecnici italiani e neppure l'occasione di osservare goduto spegnersi il sorriso sulle facce dei rivali tedeschi. Di più: di guardare divertito il campione del mondo Hamilton chinarsi a fine gara dietro la SF71H e come un bambino scrutare il motore e il fondo cercando segreti.

Lo sport è ultra vita perché in Belgio la Ferrari non ha ricordato l'ex presidente nella domenica in cui è riuscita a cogliere la vittoria che avrebbe voluto dedicargli nei giorni della sofferenza a Hockenheim, e in quelli del lutto a Budapest. Ma non è stata ingratitudine. Marchionne avrebbe voluto così. Perché è la F1, bellezza. È questo sport sempre in bilico tra gioia e dramma che ha nel dna la cruda dote di guardare sempre e subito avanti, archiviando in fretta la morte. E poi, quale omaggio migliore di aver costretto Hamilton a chinarsi dietro la Ferrari? La Ferrari di Marchionne.