L'intervista Julio Velasco, ct del volley a Teheran

Da avversario, Julio Velasco non aveva mai battuto l'Italia. L'ha fatto per la prima volta alla guida dell'Iran, che ha battuto gli azzurri qualche settimana fa a Modena per 3-1. Una piccola lezione a Berruto, che iniziava ad allenare quando il guru sudamericano con l'Italia aveva già vinto tutto a parte le Olimpiadi. «Siamo una squadra giovane ma stiamo migliorando sul piano tattico - racconta il ct argentino dal passaporto italiano, 61 anni -, e quando si presenta qualche occasione...»
Lei quanto incide nella sorpresa Iran?
«In realtà do molto lavoro al mio secondo. Lo facevo con Barbolini, ora ct della Turchia donne, con Frigoni e pure Blengini, adesso valorizzo Juan Manuel Cichello, pure lui argentino».
Sulle tribune emiliane centinaia di persiani sovrastavano il tifo per gli azzurri...
«Il popolo iraniano ama questa squadra, la segue tantissimo perchè si accorge dello spirito: ai giovani è più facile trasmetterlo, lottano sempre. Nel girone di World league c'erano squadre più forti, ma avevamo superato anche la Serbia, mentre con la Russia abbiamo sprecato un'occasione.».
I giocatori la lanciano in aria a ogni successo, come in quel settennato azzurro?
«Mi danno entusiasmo, hanno molta voglia di cambiare e imporsi a livello internazionale. Sapevano che per me le gare in Italia erano paticolari, all'inizio dovevano aiutarmi a superare l'emozione».
Ma con tutto quello che ha vinto...
«Per me affrontare l'Italia resta speciale, come quando gioco contro l'Argentina, che pure con l'Iran abbiamo battuto. C'ero riuscito anche con gli azzurri, nei quarti al mondiale del '90, in Brasile. Sono sempre contento di vincere, eppure preferirei evitare queste due avversarie».
Oggi chi ha gli occhi di tigre?
«In tanti sui campi coniugano aggressività e rispetto, comunque mantenuto nelle competizioni sportive. In altri ambienti, se ci si giocasse una decima parte di quanto è in palio in una partita, credo ci sarebbero dei morti. Alla mia Italia spiegavo che anche le scimmie sono aggressive, ma isteriche: la tigre invece attacca solo se deve mangiare».
La Confederations cup di calcio è stata carioca, fuori dagli stadi però centinaia di arresti.
«Gli incidenti in Brasile e in Turchia mostrano una realtà diversa rispetto al racconto di intellettuali e sociologi. Sono due paesi emergenti, in crescita e più ricchi, tuttavia hanno contraddizioni molto forti che a noi sfuggono».
L'Argentina non c'era, fra un anno sarà il mondiale di Messi o il sesto del Brasile?
«Non saprei, ma Leo alla gente piace perchè è un campione pulito, come Del Piero. L'evasione fiscale non ne scalfirà l'immagine, non diventiamo inquisitori. Maradona però era più noto: quando esibivo il passaporto argentino, mi chiedevano di Diego persino in Cina...».