L'irriducibile crolla Ullrich: «Mi dopavo Lo facevano tutti»

Era l'ultimo dei mohicani, indefesso seguace della filosofia spudorata: negare sempre, negare comunque. Allora sia il benvenuto, Ian Ullrich: con colpevolissimo ritardo, riemergendo da una catasta di prove, alla soglia dei quarant'anni perviene sull'isola felice della verità e (forse, chissà) del pentimento. Anch'egli dopato con Fuentes, il famigerato ginecologo spagnolo prestato allo sport, artistico autore del più grande scandalo mondiale in tema di truffe ematiche.
Ovviamente non è una rivelazione sconvolgente, stile Armstrong. Sul tedesco vincitore del Tour 1997, più volte secondo, gravava già tutta una letteratura. Ma da parte sua solo no e silenzi. Alla fine, circondato dalle ammissioni dell'intera generazione sua - l'allegra generazione Epo (anni Novanta, primi Duemila) -, non gli è più sembrato molto intelligente continuare a negare. Una bella confessione al settimanale “Focus” e via, per ripartire più leggeri. La postilla è sempre la stessa, la stessa di tutti i rei confessi, colti in flagranza o a scoppio ritardato, anni dopo il ritiro: «Lo facevano tutti, ho solo ripristinato le pari opportunità».
Tra le tante fesserie che ci hanno raccontato in questi anni, è l'unica sacrosanta verità: lo facevano tutti. Era la regola, era la base. Bici, casco, borraccia, tanto allenamento e un po' di additivi nel sangue: questi i fondamentali del bravo ciclista. Anche perché, bisogna ricordarlo, all'inizio l'antidoping non reagiva come adesso: in ritardo nelle tecniche e anche nella serietà, ha perso parecchio tempo prima di rimettersi al passo, nell'eterno gioco guardie e ladri.
Riis, Ullrich, Pantani, Armstrong, Landis, eccetera, eccetera, eccetera: è l'appello dei più o meno grandi vincitori di quei formidabili anni a velocità supersonica. Pantani stracciava Ullrich, Armstrong stracciava Pantani, noi tutti a chiederci in segreto, per evitare feroci querele, se quei vincitori fossero realmente così forti, così super, così imbattibili. Un clamoroso errore di valutazione. Meglio: di campo visivo. Mettevamo in dubbio il trionfo, poca attenzione alla sconfitta. Ma ormai è acclarato: quelle che credevamo classifiche false e vittorie farlocche sono in realtà completamente da riabilitare, in modo scandaloso e paradossale, ma mai così pieno e attendibile. Barava il vincitore, baravano uguale i battuti. Così, si realizzava in modo grottesco il sogno di tutti i tifosi: stabilire alla fine di una grande corsa chi davvero fosse il numero uno. Tutti ugualmente dopati, fatalmente dominava davvero il più forte in natura. Meccanismo stupido e perverso, ma altamente affidabile.
In attesa che gli ultimissimi giapponesi della generazione Epo escano dalla foresta, ammettendo ciò che ormai è storia ufficiale (ce ne sono ancora, anche opinionisti nelle televisioni di mezzo mondo, chiamati addirittura a stigmatizzare il doping, pensa te), in attesa di poter tirare definitivamente la riga, consola un fatto molto importante: il male è sempre in piena attività, come in tutti i campi della vita, ma il ciclismo può almeno dire che alla fine il male non vince del tutto. Prima o poi la verità viene fuori e il bene in qualche modo riemerge.
Presto o tardi, sarebbe importante che potessero dirlo anche gli altri sport. Non è per stupide ripicche, è solo per amore di verità che va sempre ricordata l'insopportabile ingiustizia, della serie due pesi e due misure: tra i clienti del mitologico Fuentes, il ginecologo prestato ai superuomini, c'erano anche grandi squadre di calcio e grandi tennisti. Lo dice lo stesso Fuentes, lo dicono paginate di intercettazioni.
Mettiamocelo in testa: nel fertilissimo settore doping non c'è nessuno che possa fare la paternale a nessuno. Il ciclismo ha svaccato, sugli altri hanno insabbiato pesantemente: troppo potenti, troppo forti gli interessi e le influenze in gioco. La sensazione però resta chiara lo stesso: il più pulito ha la rogna.