L'Italia di Conte e quella che sciopera

N on ci sono santi subito. C'è un allenatore e c'è una squadra di football. Poi ci sono un Paese e quel gruppo di cittadini che lo compongono, lo tengono assieme, ne fanno una Patria, se questo sostantivo è ancora lecito.

L'Italia del calcio è una, compatta, riunita, improvvisamente fedele a se stessa, a valori smarriti altrove, nel soldo e nella mentalità mercantile e bottegaia. L'Italia di Conte non è Mameli e basta, è un'unione civile di idee e di progetti, conosce i propri limiti, li combatte per migliorarsi, per superarli e superarsi, per non esserne schiavi, per essere conosciuta, riconosciuta.

Si gioca a pallone, d'accordo, ma il gol è un altro ed è il più importante; il contismo, neologismo creato dal collega Mario Sconcerti, non può essere una semplice didascalia per spiegare la tattica e il suo spirito ma è il modo di intendere lo sport, la vita di gruppo, il quotidiano da affrontare senza paraventi.

Di contro c'è il resto d'Italia, quella che viaggia in crociera mentre al timone ci sono molti Schettino, quella che chiede sacrifici e, intanto, intasca privilegi, è l'Italia che proclama lo sciopero per filarsela a vedere proprio la squadra di calcio giocare l'Europeo, è l'Italia dei furbastri, l'Italia del sindacato ad usum, quella che strafoca e poi prende il caffè senza zucchero, quella che pecca dal lunedì al sabato successivo e va in chiesa, pentita, alla domenica, è l'Italia dei finti rottamatori che non riescono neppure a smaltire i rifiuti del proprio condominio.

Non si deve scegliere da che parte stare, non è un derby, è la fotografia di un Paese: perché l'Italia dovrebbe essere una, una sola, squadra e non partito, gruppo e non movimento, sostanza e non forma.

L'Italia di Conte, non certo il suo gioco, i suoi risultati di tabellino, è un testo scolastico e, volendo, anche sociale. Possiamo farcela, possiamo anche perdere ma con la dignità e la coscienza di essere stati noi fino all'ultimo, senza scioperi codardi, senza alibi vili, da piccoli uomini molli, approssimativi. Non è impossibile, non è nemmeno difficile. Potrebbe essere facile. Potrebbe. Forse questo è il vero, nostro, problema.