L'italiano che ha preso l'Honda «Ecco il mondiale che vedrete»

Per la prima volta nella storia il colosso si affida a un team principal straniero. Livio Suppo: "Come si dice? Io speriamo che me la cavo...". Nel 2007 portò la Ducati al titolo

È l'uomo dei due mondi. Non un Garibaldi, però. E neppure un Giuseppe. Per usare un termine di moda in questi anni di Italia allo sfascio, è soprattutto un cervello in fuga, una risorsa italica prestata all'estero. Un manager piaciuto tanto, anzi parecchio, ad una razza di altri manager di solito restii ad affidarsi agli europei: trattasi di razza nipponica, occhi a mandorla, sol levante. Perché si dà il caso che i vertici della Honda Hrc, per cui non proprio un'aziendina impegnata nel motomondiale, abbiano deciso di far gestire il loro super team da Livio Suppo (nel tondo), 48 anni, torinese, primo team principal straniero nella storia del colosso nipponico. Uomo dei due mondi perché prima di passare in Honda, anno 2010, come responsabile Mkt dell'Hrc, aveva accompagnato e preso per mano e portato la Ducati nel motomondiale, anno 2003 e poi al titolo firmato Casey Stoner, anno 2007. Già, il fenomeno australiano che, guarda caso, via Suppo dalla Rossa, tempo un anno e l'aveva seguito in Honda. Dove tempo un altro anno ha poi vinto il titolo.

Cioè, la chiesa motociclistica giapponese che si affida a un italiano... Sono pazzi.
«Come si dice? Io speriamo che me la cavo... Sì, sono il primo team principal Honda non giapponese. Fa molto piacere, certo. Però intimorisce. Un conto era farlo alla Ducati, squadra outsider nel motomondiale, un conto esserlo in un team che parte sempre con un solo obiettivo: vincere il titolo».

E l'anno scorso, lei però non era ancora team principal, il titolo è sfuggito.
«Nel 2012 non abbiamo vinto perché Pedrosa era partito faticando e Casey si è fatto male. Però abbiamo conquistato il doppio delle gare della Yamaha. La moto migliore in pista era la nostra».

Come si spiega la fiducia riposta in lei dai solitamente accentratori e diffidenti giapponesi?
«È in linea con il percorso di rinnovamento introdotto da Nakamoto (presidente Hrc ritornano a fine 2009 dall'avventura F1, ndr). Voleva risvegliare la squadra corse. Dopo gli anni di Rossi non avevano più vinto titoli. Era presidente e team principal. Ora ha delegato a me la seconda funzione. Voleva un europeo in una posizione chiave, che aiutasse l'Hrc a capire meglio un campionato che in gran parte si gioca in Europa ed è frequentato da europei».

Nell'affidarle questo incarico, oltre alla sua esperienza avranno pesato i meriti nell'aver scoperto e lanciato Stoner.
«Nì. Sicuramente Casey mi ha fatto solo del bene. Perché nonostante le Bridgestone, nonostante il gran lavoro dei tecnici, senza di lui in Ducati nel 2007 non avremmo vinto il titolo. Ricordiamoci che uno che andava forte come Capirossi fece solo settimo quell'anno...»

E quando lei è andato via Stoner l'ha seguita?
«Questo in parte è vero. Il nostro rapporto era molto forte. Però credo che di base lui abbia lasciato la Ducati per dimostrare a se stesso chi era ancora. Quando è arrivato qui mi ha detto: “Io nel 2010 sono arrivato al punto di non capire se ero io a non andare più o la moto».

E ha subito vinto il titolo con voi. Contemporaneamente Valentino dall'altra parte ha completato la risposta ai dubbi di Casey. Era la moto?
«Due stagioni stranissime per la Ducati».

Una spiegazione se l'è data?
«Nella prima parte del 2011 Rossi non andava così male, lottava spesso per il podio. Poi hanno provato a migliorare e sono finiti in un vicolo cieco».

Quindi responsabilità anche del Vale?
«Tutte le moto nascono con dei punti di forza. Per la Yamaha è la percorrenza curva; per Honda e Ducati la potenza. Seguendo la filosofia di Valentino (guidabilità), che è all'opposto dei punti forti della Rossa, a Bologna hanno finito col fare peggio perdendo i pregi e senza correggere le debolezze. Quanto al nuovo corso, che errore aver fatto a meno di un genio come l'ingegner Filippo Preziosi».

Nel 2003 lei provò a portare Rossi in Ducati.
«E non ho dubbi: avrebbe subito vinto il titolo. La Ducati era un missile e lui era mostruoso. Come se oggi un Pedrosa, un Lorenzo corressero da soli».

Già, oggi. Come li vede i quattro big in lizza per il titolo?
«Dura far previsioni. Sulla carta è un mondiale fra Pedrosa e Lorenzo. Sono al top della carriera. Ancora giovani ma molto esperti. Riguardo a Marquez e Valentino, per ragioni diverse, sono due outsider già inseriti nella lotta per il titolo. Marc è al debutto e bisogna vedere quanto pagherà in esperienza. Però quanto siamo stati fortunati con lui. Non è facile perdere uno come Stoner e sostituirlo subito con un pilota velocissimo».

E pronti e via e Rossi subito in alto. Lo immagina in lotta per il mondiale a fine stagione?
«Se guardo alla sua carriera sì. Però negli ultimi due anni Pedrosa e Lorenzo sono stati due macchine da guerra. Nel 2012, in 18 gare, un errore a testa. Vale se la giocherà se riuscirà a stare sempre a quel livello».

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