L'Italnuoto fa il miracolo con un tuffo nel G7

Il presidente Barelli e il 6° posto nel medagliere: "Non solo sport, nel Paese nessuno come noi"

Dal nostro inviato a Budapest

Nelle prove della vita si realizza di essere diventati veramente grandi quando si riesce in ciò a cui non si aveva mai pensato. Di più. In quel che, forse, si aveva persino snobbato non ritenendolo fondamentale. Il nuoto italiano ai mondiali di Budapest è diventato ufficialmente grande perché i suoi pezzi pregiati non hanno tradito e perché gli altri pezzi, quelli altrettanto immensi e però nascosti, hanno stupito. Gregorio non ha tradito, oro e bronzo. Gabriele non ha tradito, oro e bronzo. Federica non ha tradito, oro, il terzo, nei suoi 200. Ci aspettavamo cose belle da loro? Sì. Ci aspettavamo cose belle da una splendida e piccola e forte romana di 18 anni, Simona Quadarella, bronzo nei 1500 e in finale negli 800? No. Ci aspettavamo il bronzo piovuto da ventisette metri d'altezza di quel commovente e tenero e coraggioso ragazzo d'Italia di Alessandro De Rose? No che non ce lo aspettavamo. E la medaglia più inaspettata diventa la più indicativa. Perché è da essa che si comprende quanto avanti sia andato il nostro movimento.

Record ai mondiali, più di Kazan 2015 che già pareva grasso che cola e le 14 medaglie erano spinte anche dalla sorgente inesauribile della nostra pallanuoto. Sorgente qui rimasta secca. Eppure è record: 16 medaglie, 6 in corsia, 3 ori e 3 bronzi. In tutto 4 ori, con il sincro di Giorgio Minisini e Manila Flamini, i tre argenti ancora fra sincro e fondo e ben nove bronzi. Sesta potenza mondiale del nuoto, Italia nel G7 con Usa, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna. Parliamone. Perché nel calcio dove siamo? Ai mondiali di tre anni fa in Brasile abbiamo chiuso ventiduesimi o giù di lì. E il nuoto è un movimento che al pari del football trascina le masse. E non ce ne voglia la splendida scherma che ha fatto un gran mondiale ma è sport di una élite fra élite di nazioni.

«La verità è che non so quale altro ambito del Paese, intendo socio, economico, politico e culturale, possa avere l'Italia in questa posizione di primato a livello mondiale. La verità è che siamo un miracolo», dice il presidente della Federnuoto Paolo Barelli. «È un miracolo italiano realizzato tra mille difficoltà sul territorio. Noi del nuoto andiamo ad acqua calda, è costosa, per cui tutte le società sentono la crisi economica più di chiunque altro nello sport. Eppure, eccoci qui». Simona Quadarella è cresciuta in una vasca nel seminterrato di una scuola con le colonne al bordo, Nicolò Martinenghi, nel prospero varesotto, ha cercato per mesi, fra Gallarate e Busto, una piscina adeguata. Niente da fare nel primo comune, uno spiraglio nel secondo. Ma dai. Sono storie del mondiale azzurro. «Capisco le strutture, fanno i conti con i soldi, non è semplice. Come Federazione interveniamo fin dove possiamo. Adesso Martinenghi potrà allenarsi a Busto Arsizio.... Ma il progetto di espansione prosegue» spiega Barelli. «Si pensi ai Centri federali, a quello di Verona nato, di fatto, per sostenere Federica, quello di Ostia dove si allenano Greg e Gabry...».

C'è bisogno di attenzione dall'alto, anche a livello scuola-sport. «Il nostro sistema è indietro di cento anni», sorride amaro Barelli. «Parli con altri governi e ti dicono che per loro il sostegno allo sport è una strategia per creare cittadini più forti e utili al Paese... Qui non c'entrano destra o sinistra. Servirebbe un piano di emergenza e qualche idea ce l'avrei anche... È stato calcolato che gli americani erogano qualcosa come 40mila borse di studio l'anno, e ognuna va dai 40mila agli 80mila dollari. Un migliaio di queste, ogni anno, sono destinate ai nuotatori. Ecco perché loro vincono tutto e perché noi siamo un miracolo».