Liverpool: cuore, Anfield e un boss

Dietro l'impresa con il Barça ci sono la storia e la sintonia creata tra Klopp e i Reds

Tutta la squadra abbracciata sotto la Kop che canta a squarciagola You'll never walk alone facendo tremare Anfield Road. È l'immagine simbolo del trionfo del Liverpool, manifesto di un'unione tra squadra, tifoseria e stadio che probabilmente si possono trovare soltanto a Liverpool. Uno stadio mitico, una società unica. Una squadra e un allenatore che si sono meritati appieno di ricevere tutto l'entusiasmo e l'affetto che Anfield e la sua curva sanno trasmettere. Il segreto del Liverpool che annienta il Barcellona ribaltando lo 0-3 dell'andata non è tutto qui ma da qui passa senz'altro.

Sono lontani i tempi in cui gli hooligans facevano tremare il calcio inglese e quello di tutta Europa ma qualcosa è rimasto immutato. Perché se dentro lo stadio di Liverpool si legge un semplice this is Anfield è perché quello basta. Basta perché Anfield è uno stadio in grado di far tremare le gambe a tutti gli avversari e al tempo stesso di spingere con una forza speciale quelli che indossano la maglia rossa. Che diventa quasi mistica quando tutto lo stadio intona quella canzone, you'll never walk alone (tu non camminerai mai solo) recitata come un mantra prima e dopo ogni partita.

Una spinta unica per una squadra speciale. Di certo non una delle più vincenti, almeno negli ultimi vent'anni, anche se con 5 Champions in bacheca, ma da sempre una delle più affascinanti. Una squadra che ha fatto dell'orgoglio e dell'appartenenza le sue caratteristiche al di là del talento dei singoli calciatori, comunque mai mancato. Da Keegan a Dalglish, da Barnes a Gerrard, da Owen a Torres. Ma grinta e voglia di combattere sul campo sono sempre state superiori alla tecnica. Tanto da compiere l'impresa con il Barcellona anche senza Salah e Firmino. I più forti. Un senso di forza trasmesso da quella maglia che permette traguardi indimenticabili. Succede solo ad Anfield, amano ripetere sulle sponde del Mersey. Ma i tifosi del Milan avrebbero qualcosa da obiettare. Se martedì i Reds sono stati infatti capaci di ribaltare in 90' uno 0-3, nel 2005 a Istanbul, riuscirono nel miracolo sportivo di pareggiare uno 0 a 3 maturato nel primo tempo. Il Milan e i milanisti erano convinti di avere la coppa in tasca ma il Liverpool non molla mai. Un gol, poi un altro e un altro ancora, per arrivare ai supplementari, ai rigori e sollevare la coppa in contro ogni pronostico. E forse ogni logica.

Un senso di appartenenza fatto suo anche dal demiurgo di questa squadra, un tedesco in apparenza burlone e simpatico ma in grado costruire, oltre a un gioco offensivo e produttivo, un'empatia unica con i propri giocatori. A Liverpool Klopp è chiamato semplicemente boss. Un allenatore capace di scippare il titolo tedesco al Bayern Monaco con il suo piccolo (o almeno più piccolo) Borussia Dortmund e di conquistare ora la seconda finale di Champions league di fila. L'anno scorso, contro il Real di Cristiano Ronaldo, andò male. Adesso, proprio a Madrid, i Reds vogliono cambiare il finale della finale. Con questo spirito si può fare. Anche lontano da Anfield.