L'Olimpiade nel mirino Anche Rossetti centra l'oro

Lo skeet azzurro produce il quinto titolo. Il ragazzo di Firenze ha superato il padre che fu bronzo nel '92

Vittorio Macioce

nostro inviato

a Rio de Janeiro

Non sbaglia un colpo, Gabriele. Non sbaglia mai, neppure in finale, quando la mano qualche volta potrebbe tremare. Sedici su sedici. Lo skeet simula la caccia agli uccelli, ma qui non c'è morte, ci sono piccoli bersagli di argilla di 10 centimetri che partono da sette postazioni a semicerchio. Ti sposti e vai. Gabriele Rossetti spara perché è divertente e forse a 21 anni non hai fantasmi che ti tengono sveglio la notte.

Non ti pesa la paura. Segui la strada, quella di tuo padre, speri di essere come lui, lo insegui, ma senza ansia. Tuo padre che nel tiro a volo ha fatto qualcosa di importante. Tuo padre che è italiano d'adozione e di ritorno, perché è nato e cresciuto in Francia, con cui ha vinto tre europei, ma è figlio di emigranti e un giorno ha scelto l'Italia. Bronzo a Barcellona 1992. Per Gabriele è un mito. «È la persona che più ammiro». Il padre e il figlio che si tramandano l'arte. Qualche giorno fa, diceva: «Spero un giorno di poterlo eguagliare». Non ci è riuscito. E' andato oltre.

Quella che morde davanti ai fotografi è una medaglia d'oro, vinta quasi senza pensarci, perché quando spara Gabriele si diverte. Il segreto? «Immagino che il piattello sia un obiettivo, un sogno da realizzare. Io sparo per leggere le carte della fortuna».

La fortuna qui a Rio era perfetta. Ma quella da sola non basta. Ci devi mettere del tuo, seguirla, accarezzarla, senza timore che si giri e ti morda. E' quello che in finale ha fatto Gabriele. Nelle prime due serie ha sparato 50 su 50, guadagnandosi lo spareggio, con un errore avrebbe perso le semifinali. Allo spareggio centra 12 piattelli di fila, valgono la finale a sei. E' la zona medaglie, qui basta un filo di vento per scomparire nel nulla, per quelle storie che vengono dimenticate, perse nel limbo che si apre dal quarto posto in poi.

Gabriele Rossetti fa 16 su 16 ed è in finale con lo svedese Marcus Svensson. Si lascia alle spalle Fehayd Aldeehani, che con un certo rancore si ritrova sul bronzo. Aldeehani è il kuwatiano che corre sotto la bandiera del Cio, perché il Kuwait non è a Rio per ingerenze politiche negli affari del comitato olimpico nazionale. Aldeehani ha vinto l'oro nel double trap, sconfiggendo Marco Innocenti, comunque d'argento.

La finale non consente errori. Gabriele comincia a sparare per primo, con il suo Beretta DT11, e in tanti si chiedono se non sia uno svantaggio. Non lo sarà. Serie contro serie. Fa centro Gabriele e lo svedese lo imita. A chi tremerà il braccio? Quando Rossetti arriva agli ultimi tiri la tensione sale. C'è un colpo che prende di striscio il piattello ed è questione di centimetri, qui la fortuna davvero balla su un equilibrio instabile. Ma quel contropelo vale, e vale oro. Svensson sente il peso del tiro senza ritorno. Se sbaglia è argento. Se colpisce si va allo spareggio. E' la situazione peggiore e infatti cade. Il tiro è a vuoto. Si perde nel nulla e il piattello, simulacro di uccello, cade a terra senza un graffio.

Gabriele Rossetti è medaglia d'oro. E' un altro ventenne che qui a Rio segna un passaggio generazionale. E' un altro di quelli che va alla ricerca di una via d'uscita, la trova e se la prende. Ed è questo per l'Italia il sapore più profondo di questa Olimpiade senza saudade. C'è un futuro oltre il muro. Qui un figlio ha fatto meglio di un padre. E francamente era ora.