Los Angeles 1984. I 10mila sono di Cova. Eleni: "Che grande l’indio della Brianza"

Fantastica impresa sui 10.000 metri del campione del mondo e d’Europa che vince battendo l’eterno rivale Vainio stroncando con una perfetta corsa tattica anche Mamete. Eleni: "Ha un solo grande difetto come atleta: nel bene e nel male non sa dire bugie"

La pagina sportiva del «Giornale» che racconta l’impresa di Alberto Cova alle Olimpiadi di Los Angeles 1984

Alberto Cova, brianzolo di Inverigo, classe 1958, è stato uno dei grandi protagonisti dell’atletica leggera italiana. Conquista l’oro nei 10.000 metri ai Giochi olimpici di Los Angeles, negli Stati Uniti, del 1984 dopo aver vinto gli Europei di Atene ’82 e i Mondiali di Helsinki ’83. Finita la carriera nel 1994 viene eletto alla Camera per il Polo delle Libertà. Così Oscar Eleni sul «Giornale» racconta l’oro di Cova a Los Angeles..«La nonnetta sprint che guida il pullman dei giornalisti dal Coliseum al Convention Center affronta la strada come Fittipaldi, ma quando si accorge che vicino a lei ci sono italiani diventa un pericolo pubblico. Vuole sapere tutto su Alberto Cova, finalmente campione olimpico dopo essere stato campione europeo nel 1982, campione mondiale nel 1983. Nonna Sparacino affronta le curve con troppa disinvoltura, i colleghi stranieri la minacciano, ma lei continua la sua ricerca. Ha dei parenti italiani e vuole raccontare a loro la storia di questo ragioniere brianzolo che ha un difetto grandissimo per un atleta: non riesce a dire bugie nel bene e nel male. La storia di Cova è la storia di un corridore che a ventisei anni ha saltato tutti gli anelli di fuoco che gli imponeva la carriera seguendo una strada unica con alcuni crocevia importanti: lavoro duro, sofferenza per la costruzione, esplorazione e ricerca con l’appoggio di uno staff tecnico di prima qualità, l’allenatore Giorgio Rondelli come compagno di viaggio, fratello e anima. Il professor Conconi come sostegno scientifico ad ogni tipo di verifica, fedeltà ad un codice di comportamento che gli ha fatto sempre preferire i sentieri dell’allenamento rigoroso senza dispersioni in gare per la moneta e l’ennesimo fallimento del portoghese Mamede nella finale olimpica e un buon esempio di questo diverso atteggiamento (...)Un po’ indio e un po’ brianzolo, gli hanno dato una bandierina ed è iniziato il suo giro alle piccole chiesette del tifo italiano. Quanta gente ha cercato di vestirlo con il tricolore senza riuscire a trattenere le lacrime, quanti hanno voluto baciarlo e toccarlo».Oscar Eleni (8 agosto 1984).