"Magia" beach volley: Copacabana vale l'oro

Lupo e Nicolai in finale contro il Brasile dopo aver battuto tanti guai e un tumore

RIO DE JANEIRO - Salta, mura, alza, schiaccia. E' come trovare un vecchio pallone arancione dimenticato nel bagagliaio della macchina, magari un Super Santos con le strisce nere scolorate e leggermente sgonfio, e suggerire ai tuoi amici, a mezzanotte, ci facciamo una partita sulla spiaggia? La rete c'è, la sabbia pure e non fa nulla se qui a Copacabana il vento spazza l'oceano e il sudore si gela sulla pelle. Questo è il volley bailado, è come il calcio da cortile, non sa di palestre e di palazzetti, ti viene naturale non appena vedi una palla. Lo fai sotto uno spicchio di luna ed è da brividi sulla schiena. Solo che queste sono le Olimpiadi e per arrivare fin qui, a giocarti la finale, non basta smanacciare un Super Santos. Daniele Lupo da Fregene e Paolo Nicolai da Ortona vengono da un lungo viaggio, prendendo a schiaffi la sorte, facendo muro contro la sfortuna, spiazzando gli infortuni e quel maledetto cancro che solo un anno fa ha provato a fermare Daniele, senza riuscirci. Un dolore forte al ginocchio, qualcosa che non va, il sospetto e la paura che tutto possa finire così, la diagnosi di un tumore osseo, l'operazione veloce e l'esame istologico che esclude il peggio. La fatica di ritornare ad allenarsi ripartendo quasi da zero. Lupo che è cresciuto sulla spiaggia, pallavolo senza pareti, come il nonno, il padre e il fratello, che attacca con invenzioni imprevedibili, il talento di saper ingannare i muri, con quei tocchi controintuitivi che fanno impazzire pubblico e avversari, con l'inatteso che diventa meraviglia. Lupo è uno di quei fantasisti abbastanza saggi da non strafare. Lo chiamano il brasiliano. "Ma non mi piace. Preferisco italiano. Noi abbiamo più fantasi». E se gli chiedi il piatto preferito risponde: fettina panata. Nicolai gli protegge le spalle, fortissimo in difesa, il signore del muro, bravo nella regia e negli assist. Con in camera la foto della nazionale di pallavolo e un poster di Dragon Ball. Con un menisco saltato un anno fa. "Dopo tanti chilometri avevo bisogno di un pit stop. Tra poco sarò di nuovo sulla sabbia». E' uno di quelli che non si rabbuia se qualche volta gli tocca fare il secondo, perché come tutti i grandi secondi non ha complessi di inferiorità. E' come Kit Carson per Tex Willer. Come Buzz Aldrin per Neil Armstrong. Si sono ritrovati e riconosciuti solidi come due che questa olimpiade carioca l'hanno preparata pezzo a pezzo, allenandosi senza fine sulla spiaggia di Ostia, vincendo due europei e conquistando a Shangay un torneo del grande slam. Non era mai successo a una coppia italiana.

La rincorsa è ricominciata quattro anni fa a Londra, quando sono rimasti con un quinto posto a due passi dal doppio, ma togliendosi la soddisfazione di eliminare la coppia leggendaria Rogers/Dalhausser. "Ogni sera dal 2012 questa finale l'abbiamo sognata tutte le notti». Le olimpiadi cominciate male, con due sconfitte su tre incontri. La buona sorte di essere ripescati come fortunati perdenti e poi la forza di non farsi buttare giù, di lasciarsi alle spalle le disavventure. Qui a Rio hanno sudato senza paura. "In campo abbiamo sofferto tantissimo». Questo è l'oro o l'argento di Copacabana, dove il beach volley si sente a casa, dove più vera è la festa.

L'oro o l'argento strappato ai russi Semenov-Krasilnikov, dopo un primo set perso in fretta, un secondo vinto facile e uno spareggio a quindici conquistato con uno sprint finale, di reni, di forza, di fatica, di gambe che resistono e continuano a saltare, di mani alzate, di schiacciate senza fine. "Il loro muro ricorda Nicolai è tra i più forti al mondo. Li abbiamo stupefatti con la fantasia». Ora resta un solo passo da fare, domani, contro i padroni di casa, contro i brasiliani Alison e Bruno Smith. Muro contro muro contro i campioni del mondo. Con una promessa: "Non ci accontenteremo». Serve una magia, di mezzanotte.