Quel magico fil rouge a 2 e 4 ruote

È un fil rouge a unire le gesta a due e quattro ruote della Rosse. Non poteva essere altrimenti. Anche se le Rosse bolognesi sono emiliane possedute da tedeschi e quelle maranelliane sono emiliane di proprietà torinese con sede legale in Olanda. In entrambi i casi, esterume sparso qua e là e un'italianità predominante, certificata ma non assoluta. Quella Ducati alla voce sede e uomini; quella Ferrari alla voce controllo societario e sede. Molto meno quanto a uomini a tutti i livelli, non solo al volante. Anche se parecchio è migliorato dall'agosto scorso, quando il presidente Marchionne impartì la svolta che portò all'investitura di Mattia Binotto a capo della direzione tecnica con il lancio in prima linea di un pool di tecnici nostrani. Sembrava disperazione. Si è rivelata un'intuizione azzeccata condita da una buona dose di fattore C che non fa mai male. Meno disperazione e parecchia lungimiranza nella scelta che a fine 2013 aveva invece spinto il management di Borgo Panigale, l'ad Claudio Domenicali in testa, a dare chiavi in mano la Ducati corse all'ingegner Gigi Dall'Igna, colui che aveva fatto volare l'Aprilia superbike. L'uomo veneto è riuscito a rendere la bestia Desmodromica una moto, se non docile, domabile.

Il fil rouge fra Rosse si spezza qui. Perché, indipendentemente dal passo falso delle Ferrari in Canada, a fare la differenza e a rendere tutto magico e romantico, ci sono quel nome e cognome in sella alla Rossa a due ruote: Andrea Dovizioso. Un tedesco in lotta per il mondiale con la Ferrari emoziona, mentre un italiano che ora fa ugual cosa con la Ducati no. Non emoziona. Scalda.