Mancini gioca all'attacco: «Non sono qui in vacanza ma per fare grande l'Inter»

«Icardi deve migliorare. M'Vila? Basta musi lunghi A Roma senza quei gol stupidi non avremmo perso»

nostro inviato ad Appiano G.

Tornano in tre: Mancini, Stramaccioni e Dejan Stankovic che, a San Siro, ha regalato anima e qualità calcistica. Ma non sarà un allegro revival. L'Inter non ha più tempo e Mancini lo ha sentenziato: «Non sono venuto qui per fare sei mesi di vacanza. Sono venuto per tornare a vincere il più presto possibile e riportare l'Inter dove le spetta». Tutt'altra storia rispetto all'Inter degli alibi (mazzarriani) e a quella degli Stramazzati che doveva diventare squadra laboratorio con il giovin virgulto voluto da Moratti, ma poi è diventata come tutte: vulcano di turbolenze interne.

L'Inter stasera (con anteprima alla 19,15 fra squadre classe 2003) avvierà il cammino della verità, non è ammesso altro che vincere: tre partite prima della sosta, poi ci sarà la Juve accompagnata dalla Befana con presumibile cadeau in carbone. «Se manterremo un distacco minimo dalle prime, allora ci saranno buone prospettive». Adesso Mancini comincia a far sul serio. Nervi e musi lunghi non sono più ammessi. M'Vila nervoso per la sostituzione? «Non lo farà più», e il tono non deve essere stato gradevole con l'interessato. Ha ufficializzato una maglia per Icardi, raccontando di avere grande fiducia nell'argentino. «Potrà diventare un grandissimo centravanti». Ma gli ha fatto capire di darsi una mossa. «Ha tante cose da migliorare».

Da Mancini a Stramaccioni eppoi di nuovo a Mancini c'è tutto un percorso, una storia, anzi la solita storia dell'Internerazzurra: ovvero l'impossibilità di essere normale di una squadra che con Mancio ha cominciato a costruire e con Stramaccioni ha ultimato la distruzione. Mazzarri è stato un traghettatore e ora, con Mancini, ricomincia la ricostruzione. A San Siro giocheranno storia e contraddizioni nerazzurre. Stramaccioni seduto su una panca bianconera, quindi ostile nei colori, che all'Inter ha imparato a migliorarsi esattamente come Mancini, oggi molto più tranquillo, maturo, allenatore a 360 gradi rispetto a quello che arrivò a Milano: ancora con impronta da ex giocatore. L'Inter è palestra formidabile per i tecnici, Mourinho compreso, anche se il pubblico preferirebbe fosse squadra da corrida e scudetto. Mancini ci sta provando, ha preso appunti sulla difesa, non si è dato pace per gli errori di Roma. «Dobbiamo coprirci meglio. Le squadre forti prendono meno gol». Quelli al passivo sono un alluvione. L'Udinese che ha giocato contro il Milan non fa male. Ma se si risvegliasse...

Poi qualche risultato della stagione è figlio di gol mancati. Icardi non dimenticherà lo scarabocchio iniziale nel derby. La panchina è servita a farlo meditare. L'allenatore comincia a intravedere qualche segno positivo. «È importante vincere per avere una certa identità. A Roma non è andata così male, la squadra comincia ad avere autostima. E se non avessimo subito gol stupidi, credo che a Roma non avremmo perso. Il 3-2 è arrivato troppo in fretta, sennò avremmo provato a giocare per vincere». Non a caso è arrivato Sylvinho come vice, ex difensore. «Straordinario, esperto e più giovane di me, quindi corre più di me», ha scherzato Mancio, ricordando che il brasiliano conosce diverse lingue. «Così può parlare con tutti», ha sottolineato ben sapendo quanto conti il poliglottismo in questa Internazionale.

Poi la squadra dovrà parlare la lingua dal calcio. E senza farsi prendere dalle angosce di Conte circa preparazione e calcio allenante. Il Mancini giramondo segnala: «Non è questione di preparazione quanto di intensità delle partite. Il giocatore ha più intensità perché la partita ha più intensità. In Inghilterra e altrove ci sono meno interruzioni: si gioca più veloce, perché gli arbitri fischiano meno». Poveri arbitri: mancava anche questa colpa.