Manuale per i giovani d'Italia "Così dimenticherete la paura"

Campriani si racconta e svela come ha sconfitto il terrore dell'ultimo colpo. Una storia che insegna ai nostri ragazzi figli della crisi a non arrendersi mai

Un mese fa due ragazzi hanno vinto l'oro. Sia lui che lei. Banalmente, un po' tutti abbiamo raccontato la loro storia come «oro di coppia». Perché ai Giochi del Mediterraneo aveva ottenuto l'oro lui, Niccolò Campriani, campione olimpico 2012 nella carabina tre posizioni, e aveva conquistato l'oro lei, Petra Zublasing, che non è campionessa olimpica ma è fidanzata e ombra talentuosa del ragazzo toscano. Come in un flashback, è stato un attimo ripensare a quel libro da troppe settimane sulla scrivania, il suo libro, di Niccolò Campriani. Un'autobiografia, un romanzo, a suo modo una romantica guida dedicata a chi è giovane e ha grandi obiettivi ed enormi paure di non raggiungerli. Niccolò non pratica sport famosi, non è una Vezzali, uno Zanardi, una Pellegrini, un Valentino Rossi. Non è un mito Niccolò. Però ha avuto la forza, l'idea, la capacità soprattutto di scrivere qualcosa che va ben oltre il classico vi racconto come sono stato bravo io... Quella di Campriani è una storia nascosta e semplice, istruttiva e a suo modo distruttiva di molti alibi che i giovani di oggi si costruiscono innanzi alle difficoltà. Per fermarsi. Per non affrontarle. «Ricordarti di dimenticare la paura» (ed. Strade Blu Mondadori, 201 pp. 17 euro) è un racconto e un romanzo che diventa confessione, dove il personaggio, l'io narrante è questo ragazzo mite di 25 anni all'epoca studente di ingegneria (ora è laureato negli States e affronta il Master) che ripercorre gli ultimi anni, quelli spesi da cervello in fuga in viaggio all'origine delle proprie ambizioni di atleta, da emigrato dello sport in lotta contro il blocco dell'ultimo colpo che troppe volte l'aveva tradito. L'ultima alle olimpiadi di Pechino, anno 2008. Un racconto vero che diventa metafora vera. Perfettamente indossabile dalle decine di migliaia di giovani che faticano e si sentono rimbalzati da qualcosa, da qualcuno, dagli spread, dalle crisi, dal lavoro, dalle aziende, dalle passioni, da quelle fottute opportunità che, come medaglie, nonostante la preparazione, spesso sfuggono sul più bello perché la paura, all'ultimo, può tradire. Niccolo Campriani ci accompagna in un viaggio specchio di una generazione di giovani italiani costantemente in bilico fra realizzazione e fallimento, tra successo e sconfitta, tra la gioia del trionfo e la paura che azzanna i pensieri quando ormai tutto sembra a portata di mano.

«Mi chiamo Niccolò. Faccio il tiro a segno e questo è il momento più importante della mia vita, l'attimo che mi renderà felice per sempre. Sto vincendo le Olimpiadi». Inizia così. Inizia con Niccolò che non le vincerà le olimpiadi 2008. Ci riuscirà quattro anni dopo, a Londra, ma quel giorno in Cina, quel giorno in cui credeva di avere il mondo in mano, quel mondo gli si sbriciolerà fra le dita all'ultimo colpo. Colpa di due monetine da un centesimo, colpa del loro spessore, 3,34 millimetri, tanta è «la distanza fra il mio colpo sbagliato e il centro del bersaglio». Nella vita normale è niente, nel tiro è la differenza che passa tra un oro e il nulla. È un errore, è l'errore, è l'occasione che passa e scappa via. È l'insuccesso nonostante il talento. È il fallimento nonostante l'allenamento. Dopo Pechino Niccolò non si dà pace, ma è in seguito a un'altra gara fallita «lì in fondo, al posto del bersaglio, c'è il mio futuro di atleta...», dopo una notte non da lui, svegliandosi storto e depresso la mattina, persino piantato dalla ragazza, «se vietano ai guidatori di bere e alle donne in gravidanza di fumare, be', dovrebbero vietare a quelli che sono stati lasciati di ascoltare Masini...», è dopo tutto questo che affacciato a una finestra di casa nella sua Sesto Fiorentino realizza disgustato che «sono ancora in mutande e con i postumi della sbronza...», che «più guardo la città intorno a me e più mi convinco che qui non troverò le risposte che cerco. Andrò in America».

È un viaggio fisico, reale, concreto in un nuovo mondo dove gli atleti, anche quelli dei cosiddetti sport minori, vengono messi in condizione di studiare e allenarsi e vivere e realizzarsi e laurearsi, altra metafora di ciò che manca da noi. Un tragitto lungo tre anni, fatto di personali rivoluzioni, fatto di incontri, fatto di Petra, sua musa cecchina, fatto di Ed Etzel, ex campione olimpico a Los Angeles 1984 che non sa più dove abbia messo la medaglia e non gliene può fregare di meno. Gli svelerà lo zen del tiratore però. Gli insegnerà a non avere paura dell'ultimo colpo e a trovare il gesto perfetto. «Il vero fine non è il centro del bersaglio, mi dice, il vero fine è il gesto perfetto, assoluto, un gesto puro, talmente puro che lo si può compiere solamente in una condizione di distacco. Anzi, di più: un gesto talmente puro che si compie da sé... concentrazione assoluta nella quale ci si dimentica di tutto, soprattutto ci si dimentica della smania e della paura di vincere».

C'è però un'altra lezione di vita nel romanzo autobiografico di questo giovane campione. C'è l'amicizia tra rivali nello stesso sport che stavolta ha qualcosa di unico e commovente al tempo stesso. Anche chi non segue il tiro non può aver dimenticato un giovane americano di nome Matthew Emmons. Era il 2004, si era ad Atene, la sua storia fece il giro del mondo. Mat era ed è un fuoriclasse della carabina. Gli sarebbe bastato colpire il bersaglio, anche senza fare centro, per essere oro. E lui fece centro. Non sbagliò. Solo che colpì il bersaglio accanto. Quello di un avversario. E perse tutto. E divenne barzelletta. Emmons quattro anni dopo è a Pechino e cerca la rivincita e ha di nuovo l'oro in pugno, di nuovo quell'ultimo colpo, quel «ricordarti di dimenticare la paura». Eppure niente da fare. S'inceppa di nuovo. Il colpo parte accidentalmente, prendendo la mira. Addio oro. Ancora. Ecco. In America Campriani ed Emmons diventano amici, Niccolò lo cerca via mail perché sa che solo lui potrà capire il suo stato d'animo. Si alleneranno insieme e a Londra Niccolò sarà medaglia d'oro, Mat solo terzo. Però dopo la premiazione basterà ascoltare l'uno e ascoltare l'altro, guardare l'uno e guardare l'altro per accorgersi che in un gesto perfetto entrambi hanno vinto e sconfitto la paura dell'ultimo colpo. E che un bronzo può brillare come oro.

Commenti

Luigi Farinelli

Dom, 28/07/2013 - 22:11

E' già qualcosa nella società liquida e femminilizzata del pensiero debole e dove i professori vengono licenziati se "osano" dire ad un loro allievo (maschio): "comportati da uomo".