Da Maradona a Reina: quando il calciatore dà del tu ai clan

Dopo il deferimento di Reina e la richiesta di reclusione per Iaquinta a causa di legami con camorra e 'ndrangheta, si ripropone ancora una volta il tema del rapporto ambiguo tra calciatori e criminalità organizzata. Come nasce e perché

Nel giro di 48 ore, il calcio italiano è stato sconvolto da due notizie che non hanno nulla a che fare con gol e assist. La Procura della Figc ha deferito Reina, Paolo Cannavaro e Aronica con l'accusa di avere intrattenuto rapporti di amicizia con i fratelli Esposito, arrestati due settimane fa per attività illecite legate alla camorra. Ancora peggio è andata a Vincenzo Iaquinta, per il quale il Tribunale di Bologna ha chiesto addirittura sei anni di reclusione con l'accusa di reati relativi alle armi con l'aggravante mafiosa.

Non è la prima volta che dei calciatori di Serie A vengono coinvolti in inchieste che li riguardano per il fatto di intrattenere rapporti di frequentazione ed amicizia con esponenti della criminalità organizzata. Chi ha almeno 40 anni ricorderà la foto del 1986 che ritrae Diego Armando Maradona in una vasca da bagno insieme al boss della camorra Carmine Giuliano, che in quel momento era latitante. In base alle dichiarazioni rese dal nipote di Giuliano, i due erano amici e il boss di Forcella procurava a Diego la cocaina.

Ma non è detto che dietro all'amicizia tra un calciatore e un criminale ci siano motivi di droga, anzi. Negli ultimi anni, diversi giocatori del Napoli sono finiti sotto indagine della Procura della Figc o della Procura di Napoli per essersi fatti fotografare in compagnia di esponenti dei clan. "Non sapevo che fossero camorristi", ha spiegato per esempio il capitano del Napoli Hamsik, sempre molto attento a evitare relazioni pericolose, tanto da essere vittima di una rapina nel 2013, quando sparì il suo Rolex.

Diverso il caso del "Pocho" Lavezzi, al Napoli tra il 2007 e il 2012 e indagato a lungo per i suoi rapporti con alcuni membri del clan Lo Russo, al punto forse da arrivare a chiedere a uno di loro di appendere in curva uno striscione per chiedere la sua permanenza in maglia azzurra. Anche il "Pipita" Higuain, ora alla Juventus, è stato oggetto di un'indagine del procuratore della Figc. Secondo l'Espresso, al centro dell'inchiesta ci sarebbero state gite in barca a Capri, pranzi e feste a cui il calciatore argentino avrebbe partecipato godendo della compagnia di esponenti dei clan. Fatti risalenti al periodo tra il 2013 e il 2016.

Perché succede questo? Molto semplice. Entrare in contatto con i campioni del calcio - non vale solo per il Napoli ma anche per altre squadre, vedi il Palermo e la torbida vicenda che ha riguardato Fabrizio Miccoli - significa acquistare prestigio, agli occhi del popolo come del clan. Circondarsi di amici nel mondo del calcio apre le porte dei locali per Vip, oppure permette di trasformare i ristoranti di proprietà della criminalità organizzata in ritrovi per i calciatori. Da cui derivano soldi e notorietà. Quindi potere.

Ne sa qualcosa Pepe Reina, che nell'ambito dell'inchiesta che ha portato al suo deferimento sportivo è stato sentito come teste dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, spiegando di avere pagato di tasca sua la festa di addio alla squadra che si è svolta nella discoteca per vip di proprietà dei fratelli Esposito, imprenditori indagati per presunti legami con i clan della camorra. Reina ha chiarito la sua posizione, ma restano dubbi sull'opportunità di celebrare il suo addio al Napoli proprio in quel locale.