Com’è lungo il viale del tramonto di re Federer E McEnroe lo boccia

Mentre continua a scivolare nel ranking, ora gli tocca Berlocq al 2° turno

Chissà quante volte Roger Federer, 32 anni compiuti lo scorso 8 agosto, s'è interrogato sul suo futuro e in particolare sulla possibilità di arricchire la collezione di slam, ferma a quota 17 dopo il successo di un anno fa a Wimbledon. Maledetto numerino, che sia l'ultimo della sua prestigiosa carriera? Allo Us Open, partito in sordina sul cemento di Flushing Meadows, la risposta più urgente. In pubblico lo svizzero racconta di crederci («altrimenti perché continuerei a giocare?, mi è mancato pochissimo per battere Nadal qualche giorno fa»), però è precipitato al settimo posto del ranking dopo gli otto mesi peggiori della sua vita tennistica. Appena una vittoria negli ultimi undici tornei con 10 sconfitte in 38 partite. E allora? Per lo svizzero la sfida non è solo contro avversari più giovani e affamati, ma soprattutto contro se stesso, per ritrovare nella sua travagliata interiorità la voglia di lottare su ogni palla. Questione di testa, certo. Ma sul fisico pesano le 1029 partite (921 in singolo, 120 in doppio) accumulate in 15 pesanti stagioni. La schiena cigola, e i recuperi sono sempre più faticosi. Il torneo di Cincinnati, appena concluso, ha fatto da specchio all'ultimo Roger che se non è “vintage” poco ci manca: vittoria all'ultimo sospiro su Haas con decine di errori non forzati, sconfitta di misura con Nadal, guarda caso al terzo set, dopo una grande battaglia. E negli Usa, ahi ahi, si gioca sulla distanza più lunga. Il popolo dei tennisti, ammaliati dal suo stile, guarda a lui con affetto e paura: l'affetto di chi l'ha amato per il dritto assassino, il rovescio a una mano e lo stile inimitabile; la paura di doversi rifugiare negli archivi per rivederlo vincitore di un major. Alla sua età Boniperti regalò gli scarpini al magazziniere e Platini convinse l'Avvocato di averla finita con il calcio giocato. Lui vorrebbe porsi sulla scia, ma dopo aver urlato nuovamente di gioia in uno slam. Come Sampras, per certi versi.
Nel primo incontro dello Us Open, dove s'è affermato per ben cinque volte, Federer ha superato lo sloveno Grega Zemlja per 6-3 6-2 7-5 ma non ha convinto del tutto. È vero che ha vinto in un'ora e mezza, ma al numero 62 del ranking Atp ha lasciato 12 game e in una occasione ha perso il servizio. Più convincenti i debutti di Djokovic e Nadal. Come a Cincinnati ha rispolverato la vecchia racchetta con il piatto corde da 90 pollici quadrati dopo i deludenti riscontri con quelle più grandi, da 98 e 93 pollici, che lo avevano visto sconfitto da Delbonis ad Amburgo e Brands a Gstaad. Nel prossimo turno affronterà l'argentino Carlos Berlocq, incrociato positivamente solo una volta.
Ma può arrivare fino in fondo? Questa è la domanda. McEnroe, dopo aver pronosticato la vittoria di Andy Murray, gli ha chiuso la porta in faccia. E, alla domanda sulle possibilità che l'elvetico possa aggiudicarsi un altro major, ha risposto con crudezza: «Fatico a vedergli vincere, in questa fase della sua carriera, sette partite di fila dovendo battere almeno due tra Nadal, Djokovic e Murray». E ancora: «Quando hai conquistato 17 slam, pensi sempre che puoi vincerne un altro, ma arriva il momento in cui non riesci ad assecondare le tue ambizioni». A suo parere Roger potrebbe ritirarsi presto: «Non credo che si divertirà a scendere ulteriormente in classifica, anche se pensa ancora di poter battere chiunque e di chiudere la bocca a chi non crede più in lui». Ma Federer, lasciateci uno spiraglio, non è uno qualunque. E allora concediamogli qualche chance anche se il seeding l'ha inevitabilmente penalizzato: arrivasse ai quarti, ritroverebbe Nadal, di peggio non poteva capitargli. Lo spagnolo, dopo l'infortunio, ha vinto 9 tornei, fra cui gli ultimi 3 sul cemento americano, e punta non solo ad aggiudicarsi gli Us Open per la seconda volta, ma anche a scalzare Djokovic dal trono. Basterebbe, si fa per dire, che Rafa vincesse e Nole non arrivasse in finale.