Il mercato è sempre più baby Ma migrare presto non fa bene

Da Pellegri a Odegaard, i club puntano sui ragazzini Però chi espatria minorenne ha una carriera peggiore

Sono tanti e sono sempre più giovani: parliamo dei giocatori stranieri, che in serie A sono ormai in maggioranza (315 contro 243 italiani) e anche nel resto d'Europa continuano ad aumentare. Per fortuna spuntano anche dei baby fenomeni nostrani, come Donnarumma e Kean o come l'ultimo esordiente, il quindicenne del Genoa Pietro Pellegri, ma il mercato dei calciatori è sempre più globale e la fame di talenti dei club con maggiori possibilità economiche sta progressivamente abbassando l'età media del primo trasferimento internazionale, per cui i ragazzini che vanno all'estero prima dei 18 anni - spesso senza nemmeno aver debuttato in prima squadra nel loro club di appartenenza - sono sempre di più.

A evidenziarlo è il rapporto mensile del CIES Football Observatory che si concentra proprio sulla mobilità dei calciatori minorenni. Studiando l'evoluzione delle cinque leghe europee più importanti si nota che in vent'anni il numero di questi trasferimenti si è triplicato: furono 51 nel 1995, sono stati 184 nel 2015 e due mesi è stata raggiunta la quota record di 195, praticamente due per squadra. Non solo: se si considerano pure i non minorenni si è anche abbassata l'età media della prima partenza verso l'estero, che nel 1995 era 23,2 anni e nel 2015 è scesa a 21,1. A salire, invece, è la percentuale di calciatori che giocano nelle cinque leghe principali con un passato all'estero: nel 1995 erano il 24,1%, nel 2015 il 55,2%.

Numerosi i trasferimenti celebri. Ronaldo a 17 anni passò dal Cruzeiro al Psv per 12 miliardi di lire. E Pato al Milan dall'Internacional per 22 milioni di euro. L'ultimo è Odegaard, prelevato dal Real Madrid a 16 anni per 3 milioni di euro. Ma chi si ricorda di Vincenzo Sarno, acquistato dal Torino a 11 anni nel 1999?

Il Paese che importa più baby calciatori è quello dove c'è il calcio più ricco, e cioè l'Inghilterra. Gli inglesi pescano soprattutto in Svezia, Olanda e Irlanda, nazioni vicine, con un linguaggio simile ma calcisticamente meno sviluppate. Al secondo posto, anche se staccata, c'è l'Italia. Osservando i luoghi di provenienza dei calciatori minorenni scopriamo che la maggior parte di loro arriva da Belgio, Svezia, Francia, Ungheria e Austria. Il primo paese extraeuropeo è il Brasile (seguito da Nigeria e Camerun) ed è anche quello da cui le nostre squadre prelevano il maggior numero di piccole promesse, più ancora della Slovenia.

L'articolo 19 del regolamento Fifa in linea di principio vieta sia il trasferimento internazionale di under 18 che il primo tesseramento per la federazione di un paese di cui non si è cittadini, ma ammette delle eccezioni: se i genitori si trasferiscono per motivi non legati al calcio, se il trasferimento avviene all'interno dell'UE e il ragazzo ha più di 16 anni, se vive a meno di 50 km dal confine e va in un club che a sua volta dista meno di 50 km dal confine e se ha vissuto ininterrottamente per almeno cinque anni nel Paese in cui vuole essere tesserato.

Ma conviene emigrare così presto per correre dietro a un pallone? Secondo il CIES Football Observatory no: il rapporto, infatti, rivela che chi ha lasciato il Paese d'origine prima dei 18 anni ha una carriera meno brillante di chi si è spostato un po' più tardi. Anche nel calcio, quindi, migrare va bene ma occhio alle esagerazioni.