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Sono le contraddizioni classiche del calcio oppure i segnali premonitori di un destino favorevole: nel giorno meno brillante della sua veloce rincorsa, il Milan si ritrova a un solo punto dalla vetta della classifica. Grazie a una striscia (5 vittorie e 1 pareggio nelle ultime sei) che farebbe gridare alla prodezza e al ritorno dei berlusconiani nel calcio che conta se il successo di Bergamo non facesse rima con la peggiore esibizione dell'ultimo Milan targato Brasile. Persino più deludente, nel primo tempo, di quella resa con Bologna e Genoa, la falsa partenza della stagione che fece tremare la panchina di Ancelotti. In perfetta traiettoria col rendimento di Ronaldinho, autore di un liscio (su passaggio di Kakà) degno della nota collezione di «maidiregol». Fuori da San Siro, lontano dalla curva amica e dalla porta spalancata (tre gol) sotto la sud, non riesce ancora ad incantare. Trotterella invece di scattare, e se infila in dribbling un paio di birilli atalantini, si lascia rimontare facilmente. È vero, una randellata sul ginocchio destro ne condiziona il rendimento ma è lecito attendersi qualche magia da un talento così grande. È il solito Milan, allora. Lazzarone con le squadre di modesto lignaggio e invece risoluto quando c'è da sfidare rivali di gran nome. Non solo. Ma troppo esposto alle raffiche delle provinciali e capace di riprendere in pugno lo scettro del gioco nella ripresa appena il ritmo indiavolato degli avversari conosce le inevitabili pause. L'infortunio di Flamini, l'arrivo di Emerson in corsa e l'assenza imprevista di Seedorf sono una parziale spiegazione ai tormenti del Milan. Senza Gattuso, sarebbero stati dolori. Nella ripresa vinse a Reggio Calabria (lungo l'asse Kakà-Pato), così passa a Bergamo, così provò a schiodare lo zero di Cagliari nel finale. E il giudizio complessivo sul Milan non cambia: da ieri torna in alta montagna ma ha ancora l'affanno. E tra una settimana l'attende il confronto col Napoli che può decidere quasi come il derby.

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