Milan, la pazienza è finita: Inzaghi può saltare subito

Il piano dichiarato è quello di arrivare con Pippo a fine stagione ma crescono i malumori in società. Tassotti possibile traghettatore

Se dovesse valere la metafora, utilizzata sabato notte da Inzaghi, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, per Pippo la conclusione, 24 ore dopo, sarebbe la seguente: non c'è più il bicchiere. A Verona, al culmine di un ennesimo risultato deludente e di una sfida dalla povertà calcistica assoluta, si può considerare conclusa virtualmente la stagione rossonera del giovanissimo allenatore. L'umore (nerissimo) di Galliani, i suoi colloqui telefonici ripetuti con Arcore e il silenzio osservato ieri, lasciano prevedere un ulteriore indebolimento della panchina rossonera che potrebbe anche portare, nelle prossime ore, a uno sbocco clamoroso. Inzaghi è nuovamente a rischio, insomma. Fin qui è stato assecondato (nell'allestimento di staff e squadra), protetto (dal presidente in prima persona oltre che da Galliani) e aiutato col mercato di gennaio che ha puntellato (tranne che a centrocampo) il gruppo fino a raggiungere il numero record di 31 tesserati. In questo caso non sono tanto i numeri (5 punti nelle ultime tre partite con Empoli, Cesena e Chievo, tre squadre in lotta per non retrocedere) ma una serie di riflessioni complessive a rendere precario l'immediato futuro del giovin allenatore. Eccole.

La comunicazione. Inzaghi sta davvero eguagliando Mazzarri nelle «uscite» post-partita che provocano l'ilarità del web oltre che il disappunto dei tifosi. Sabato notte ha detto: «Non è facile giocare contro il Chievo». Replica immediata: se per il Milan è complicato affrontare il Chievo (che ha il peggior attacco della serie A, 18 gol), allora bisogna chiudere bottega! Seconda frase: «Vedo il bicchiere mezzo pieno perché è la seconda partita in cui non subiamo gol». Così, eventualmente, può chiosare Maran, allenatore del Chievo.

Il gioco. Il primo tempo a Verona è un raro esempio di anti-calcio: squadra ferma, centrocampisti costretti a dare dietro la palla ai difensori per mancanza di movimento, zero schemi. La traversa di Honda è frutto di un'iniziativa personalissima. Continuare a cambiare sistema di gioco in un gruppo senza grandi certezze, può accentuare smarrimento e confusione.

Infortuni e scelte. Durante il riscaldamento, i cronisti di Sky hanno riferito di un allarme per Montolivo e Bonaventura, in settimana Menez ha saltato un paio di sedute per affaticamento. Conseguenza: il francese ha avuto le gomme sgonfie per tutta la sera, il capitano si è arreso dopo un tempo. I ripetuti accidenti muscolari (sempre al polpaccio) di De Jong e Montolivo chiamano in causa anche la preparazione. Non sono in discussione gli allenamenti ma la loro intensità che mai si traduce in una squadra capace di viaggiare a 100 all'ora.

Il cambio di Cerci. Può un allenatore sostenere che ha fatto entrare Cerci nonostante si fosse infortunato De Jong «perché Alessio c'era rimasto male»? Qui è evidente la preoccupazione di gestire i malumori degli esclusi. Il giudizio sul conto del tecnico e del suo lavoro non è riferito solo a Pippo ma è esteso a tutto lo staff di collaboratori, a cominciare dagli storici, Tassotti (vice) e Tognaccini (preparatore), a quello più recente Maldera e ai nuovi (più Vio il tattico delle palle inattive) giunti dalla primavera. Perciò alla fine di un'altra settimana di passione, la parola d'ordine è diventata: «Speriamo che il campionato finisca al più presto». Dopo Verona, però, il proposito iniziale di cambiare allenatore solo a fine stagione, può anche rientrare per il timore che il Milan possa avvitarsi pericolosamente nella sua crisi, che è prima di gioco, e poi anche fisica. Tassotti è la soluzione domestica da sempre nel cassetto.