«Il mio Bayern come questa Germania Dove c'è il pallone ci sono tre tedeschi»

È stato il primo italiano a vincere dovunque. Giovanni Trapattoni ha trionfato anche in Germania, con il Bayern Monaco: Bundesliga e coppa di Lega nel '97, coppa di Germania la stagione successiva. A 75 anni, aspetta la chiamata della Costa d'Avorio, intanto si è gustato il titolo di una nazione frequentata per 4 stagioni.
Trap, la sua prima emozione, per i tedeschi campioni del mondo?
«La loro nazionale è di grande esperienza, da sempre è fra le più importanti, con contributi pure dall'Est. Ha carattere e tecnica, è migliorata tantissimo anche nella tattica. Anni addietro era più facile sorprenderli. Con l'Argentina, però, è stata una finale tirata sino alla fine».
Anche la finale di Italia '90 fu incertissima, con il rigore di Andy Brehme, allora nella sua Inter dei record con Lothar Matthaus.
«Dei tedeschi mi colpiva la convinzione. Battemmo il Milan e anche squadre inglesi, in coppa, con la loro determinazione. "Ya, ya", dicevano in spogliatoio. Non era arroganza, ma il giusto spirito. Anche nazionalistico, corporativistico».
C'è un fil rouge nel poker iridato della Germania, dal '54 a oggi?
«I paragoni sono improponibili, il calcio è come le macchine, dai 230 orari del passato adesso si raggiungono i 300. Là costruiscono campioni e ricambi con la stessa attitudine, in Bundesliga i tecnici sono sempre aggiornati. I giocatori sono impeccabili sul piano disciplinare e tattico: dove c'è il pallone, ne vedi 3, così si spiega la lezione tanto dura al Brasile. Con l'Argentina, invece, nei primi minuti hanno rischiato. Avesse segnato Higuain sarebbe cambiata la finale, poi hanno preso a macinare gioco. Mi è piaciuto molto Schweinsteiger. Gli attaccanti realizzano e si sacrificano: quando perdono la palla rincorrono l'avversario, anche il cannoniere Thomas Mueller».
Dove ha seguito i mondiali?
«A casa. Ho rifiutato di fare il commentatore televisivo perchè è sempre meglio restare sul campo».
Lei ha vinto anche in Portogallo e Austria, poi ha qualificato l'Irlanda all'Europeo, ma in Germania è stato il top?
«Le esperienze all'estero maturano. Al Bayern c'era già la filosofia vincente, giocavamo come la nazionale di oggi. Si miscelano le culture, ci si corregge. I tedeschi hanno vinto molto, pure in questo modo».
La Mannshaft vivrà un ciclo analogo a quello della Spagna?
«L'età media è sufficientemente bassa per ipotizzare che alcuni di questi talenti resistano persino per Qatar 2022. Grazie alla tenuta fisica, avevano battuto ai supplementari anche l'Algeria, capace di sprazzi di grande calcio, come la Costa d'Avorio, pur eliminata. La Germania ha la forza di rinnovarsi e noi in questo difettiamo».
Chi vorrebbe presidente federale?
«Uno che abbia giocato al calcio. Uno alla Giampiero Boniperti».
Guidolin adora il modello tedesco, sarebbe il ct giusto?
"Lo trovo adatto. E' saggio e tecnicamente non ha nulla da imparare. Diversamente prenderei chi ha già una dimensione internazionale come Mancini o Ancelotti. Però credo che all'estero stiano troppo bene».
E lei andrà in Costa d'Avorio?
«Anche per scaramanzia, rispondo che non si sa niente».