Il mito di Zoeggeler e del suo (a)dorato slittino

Tutti i segreti di uno degli atleti italiani più medagliati e di uno sport da brivido

«Dio mio, fa che non vedano»: comincia così la sua autobiografia e in fondo è tutta la sua vita ad essere andata così. Campionissimo e riservato, sembra incredibile che Armin Zoeggler, classe 1973, quella frase l'abbia pronunciata dopo una mezza «rissa» in discoteca. Temeva di essere beccato ed escluso dal team e invece è diventato l'orgoglio dell'Italia che slitta. Sei medaglie olimpiche in sei edizioni consecutive, 16 medaglie mondiali e 10 coppe del mondo con 59 vittorie, il maresciallo Zoeggler è uno degli sportivi più vincenti di sempre ed ovunque. Eppure la prima volta coi giornalisti ha sussurrato in dialetto alla sua coach «Portami via di qui». Pensare che oggi abbia scritto anche un libro fa piacere perché lui resta un ragazzo di Foiana, un «italiano di confine», cadetto rispetto al fratello Alex, secondo la logica del maso chiuso. Ma per tutti ha una storia di talento e tenacia che merita di essere raccontata. Lui lo ha fatto a fine carriera insieme a Simone Battaggia, collega della Gazzetta. E il risultato è avvincente: «Ghiaccio, acciaio, anima» (pagg 224, Mondadori, 18 euro) è un ritratto semplice e sincero. Sì, perché di Armin il grande pubblico si ricordava ogni 4 anni, ai Giochi. Poi il suo sorriso ha bucato le tv quando fu portabandiera a Sochi 2014. Nel libro c'è tutto: dall'allenatore Severin al mito di Paul Hildgartner, slittinista d'oro a Sarajevo 84, agli altri coach (anche quelli che passavano i segreti agli avversari). Ci sono le difficoltà di uno sport in cui bisogna anche inventarsi maghi del bricolage per sistemare gli attrezzi. Una piccola Italia contro colossi come il tedesco Georg Hackl, l'avversario di una vita, un passo avanti nella tecnologia e spesso indietro nel cronometro. Ma soprattutto ci sono famiglia e amore. Il padre che lo convince a diventare atleta; la madre che, anche da malata lo spronerà sempre. E poi ci sono le assenze: Armin non arriverà in tempo alla morte di mamma e alla nascita della prima figlia Nina, ci sarà invece all'arrivo di Thomas. Oggi ha «mollato il cordino» come si dice. Dalla slitta è sceso come atleta per risalirvi come allenatore della «giovane Italia» che prova a raccogliere la difficile eredità.