Mosca, mitragliatrice d'idee che ha fatto di tutto e troppo

Il primo, quello dei giornali, fu il migliore. Poi venne la tv. "Ronzava" su fatti e persone, era polemico e anche giullare

Continua il nostro viaggio tra i maestri del giornalismo italiano che hanno scritto le pagine più belle dello sport. Visti da vicino attraverso i ricordi personali di chi li ha avuti come modelli, punti di riferimento, oppure compagni di trasferte o di redazione.

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Squilla il telefono, quelli di una volta, neri e bombati che stavano in un angolo della casa. Qui, in questa casa, di solito rispondeva la mamma. «Pronto, sono Mosca, c'è Giuseppe?». Giuseppe era mio padre. E, come Mosca, parlava, scriveva e amava la boxe. Sì, per me, già allora, Maurizio Mosca era l'uomo della telefonata: un anticipo di quello che sarebbe stata una delle sue idee di successo. Ero ragazzino quindicenne, avevo circa la metà dei suoi anni, e stando in un angolo di casa mi godevo la telefonata da lontano. Giuseppe rispondeva, spiegava, riesplorava storie. Poi mi facevo raccontare cosa accadeva dall'altro capo del filo: Maurizio era una mitragliatrice di idee, parole, commenti, si confrontava, sosteneva tesi da scrivere: Benvenuti, Lopopolo, Mazzinghi. Ero un lettore della Gazzetta dello sport. Mi godevo il privilegio di una anteprima!

Quello era Mosca. Per me, almeno. Per un ragazzino che, cresciuto, lo ha conosciuto anche professionalmente. L'ho sempre guardato come fossi io al cinema e lui dall'altra parte dello schermo. Che poi è quel che è successo con la Tv. Il primo Mosca era giornalisticamente il migliore. Nell'ambiente lo soprannominavano moschino, un po' per la taglia non proprio da corazziere; un po' perché figlio di tanto padre e dunque ci voleva un diminutivo, capita spesso ai figli di papà giornalista; un po' perché ronzava intorno a situazioni, fatti, personaggi, pungeva con le idee. Non era difficile immaginarlo avvinghiato alla scrivania, con la cornetta (poi diventerà il cellulare) posizionata fra spalla e orecchio, scarabocchiando appunti su carta, spesso ripiegati come fossero un taccuino da infilare in quelle giacche con aria désengagé, monotematiche con prevalenza sul cammello, cravatta e pullover anche quando morivi di caldo. Viveva chiuso in redazione, che fosse quella della Gazzetta oppure di uno studio tv. Non poteva sopportare di lavorare senza avere la sua redazione, il telefono, tavolo e giornali. Girava in taxi, una notte di luglio comparve a Monte Carlo, forse si trattava del match fra Carlos Monzon e Rodrigo Rocky Valdez, uno dei mondiali dei pesi medi più intensi e spettacolari degli ultimi 40 anni. Arrivò in taxi da Milano e alle due del mattino, chiusi i riti del dopo boxe, con quel gesticolare di mano, altro must della personalità, a domanda del «dove dormi?», rispose: torno subito a Milano!

Fu croce e delizia per la famiglia Branchini. Umberto era il cardinale della boxe, attirava critiche ma conosceva arte e mestiere come nessuno. Mosca gli stava attaccato, un giorno figlio e un altro diavolo. Umberto ne ha sintetizzato la specie umana e giornalistica con due parole. «Ho perfino dovuto querelarlo, ma sono convinto mi sia affezionato». Ecco, appunto, Mosca era polemico e giullare, ha fatto di tutto, e qualche volta di troppo, in televisione ma amava lo sport e i suoi personaggi. Non cercava il male, instaurava un rapporto nel bene. Era come un bambino e, talvolta, cadeva nelle trappole del cinismo altrui.

Davvero un Peter Pan, un po' petulante, folle e folletto, un grande giornalista da carta stampata, nonostante la prima stroncatura di Nino Nutrizio, direttore de La Notte, quotidiano del pomeriggio. «Scrivere non è il vostro mestiere, raramente ho visto uno scempio simile», gli disse incrinandone le certezze. D'accordo, non era una fine penna d'oca ma, in questo mestiere, l'importante è partecipare. Eppoi ciascuno vince a modo suo. Mosca ha vinto lavorando 20 anni in Gazzetta, dimostrando che forse non ci sarebbe stato un direttore migliore di lui se non fosse scattata la trappola di una intervista «arrangiata» con Zico.

Cambiò aria, partì per il lungo percorso televisivo fatto di successi e di qualche incidente. Dietro le quinte era smanioso, umorale, sempre con la voglia di scoprire qualche cosa in più. Aveva capito la magia della televisione: tutto serviva pur di creare feeling con il pubblico.

Negli ultimi anni, capitava di tornare insieme in auto dopo una registrazione tv. Si parlava di sport, giornalisti e giornalismo, fatti della vita: scaturiva l'anima intimista, ancora la voglia polemica e magari critica nei confronti del tutto facile che ammicca a chi comincia la professione. Via lo sciarpone al collo, il pendolino, tutto quanto faceva spettacolo. Restavano l'anima e l'uomo, quel Mosca che riportava allo squillo del telefono. E che si è sempre specchiato nel suo epitaffio: «Ho cercato di spargere allegria tra la gente». (4. Continua)