Né Agostini né Valentino Nessuno mai come Marquez

Marc, 5° titolo a 23 anni. È record. Rossi e Jorge a terra Lui: «Sì, stavolta ho avuto c...». Vale: «No, l'ha meritato»

di Benny Casadei Lucchi

Maledettamente uguali. Marc e Vale. Stesso talento straripante. Stessa capacità di andare oltre le leggi della fisica. Stessa cattiveria agonistica e forse non solo. Stessa simpatia tracimante. Stesso fascino. Stessa capacità di sorriderti odiandoti. Stessa intelligenza sopra la media. Stessa consapevolezza che, sì, ci sono le moto ma avrebbero avuto successo qualsiasi altra avventura avessero intrapreso. Anche al di fuori dello sport. E Rossi manager di piloti e imprenditore lo sta già dimostrando. Marc e Vale. Diversi solo in una cosa: l'età.

È da questa unica differenza che bisogna partire per comprendere veramente la portata del titolo conquistato ieri dal fenomeno catalano. Perché Marquez ha vinto il Gp del Giappone e il quinto titolo con tre gare d'anticipo, terzo mondiale in MotoGp dopo i due in 125 e Moto2, e ha solo ventitré anni. Mai nessuno giovane come lui. Neppure Giacomo Agostini con il suo record di 15 titoli. Neanche Valentino Rossi fermo da una vita a 9 e che ne aveva 24 quando trionfò per la quinta volta e, proprio come Marc, dopo aver vinto anche nelle classi minori. Se solo dovesse correre ai livelli di velocità e maturità mostrati quest'anno per tanti anni quanti lo separano dalle 37 primavere del Valentino di oggi, ogni primato di questo motomondo verrebbe infranto e sarebbe suo.

I numeri dicono tutto. Oltre ai 23 anni, ci sono infatti le 5 vittorie stagionali in un campionato dove le gomme nuove e l'elettronica unificata hanno livellato le differenze fra team e piloti (Jorge 3 centri, Vale 2, poi successi sparsi di altri). E soprattutto, quasi fosse un irriverente segno del destino, c'è il numero 46. Perché da ieri tanti sono i titoli conquistati dal motosport spagnolo su due ruote. 46 come il numero magico e portafortuna di Valentino.

Fortuna che il nostro ieri non ha avuto quando, secondo dietro a Marc, alla curva 10 del giro sette è scivolato via. Fortuna che non ha protetto neppure il compagno in Yamaha, Lorenzo, volato via alla curva 9 a cinque giri dalla fine mentre, a sua volta, era secondo e teneva aperto il mondiale. Fortuna che sicuramente è mancata allo squadrone Yamaha perché per consegnare il titolo ai rivali della Honda ha scelto il Gp del Giappone e per di più il circuito di proprietà della Casa alata e, capirete, sa di harakiri o masochismo estremo. Tanto più che mai, in sette anni di convivenza Rossi-Lorenzo, le era capitato di vederli entrambi finire a terra in gara. Sfortuna altrui e fortuna propria talmente evidenti che Marquez, col proverbiale finto candore e l'intrigante sorriso da Joker, ha subito ammesso: «Come dite voi in Italia? Sì, stavolta ho avuto culo...». Franchezza che in molti, c'è da giurarci, ha ricordato il miglior Valentino.

Buona sorte che si è però concentrata sul ragazzo tutta ieri, quando ormai i giochi erano fatti, quando al via aveva già 52 punti di vantaggio sul primo inseguitore, Vale. Perché per il resto, Marc si è meritato tutto. Avvio di Mondiale al top nonostante la moto non fosse al livello di quella dei rivali, poi capace di accontentarsi di terzi e secondi posti e alla fine unico del trio in lotta a non essere mai caduto in gara. Ieri Rossi è finito a terra per la quarta volta. Lorenzo per la terza. E le parole di Marc a fine gara fanno paura pensando a quanto potrà fare e dare in futuro. «L'anno scorso ho perso il titolo perché ho sempre voluto correre al 100% col mi stile aggressivo e alla fine ho pagato caro. Quest'anno ho imparato a gestire in gara e a osare solo in qualifica, dove sono anche spesso caduto ma solo perché cercavo di memorizzare il limite a cui non arrivare in corsa». Parole che però non fanno paura tanto quanto quelle che gli tributa Valentino Rossi: «Marc si è meritato questo titolo. È stato il più regolare e però ha anche vinto tanto. Per cui giusto così». Con tutto quel che c'è stato lo scorso anno non è solo una frase. Non è solo un riconoscimento. È un sincero e sofferto applauso fra pari.