Narciso Pezzotti: "La mia vita da vice Lippi tra Juve, Samp e Italia 2006"

Ha svezzato Vierchowod, reinventato Deschamps regista, affiancato in panchina Bersellini, Boskov e Lippi, e incarnato come nessun altro la figura dell'allenatore in seconda. Tra un aneddoto e l'altro, la storia di Narciso "Ciso" Pezzotti

Narciso Pezzotti (il primo da destra). Courtesy of Aicfoto.com

"L'allenatore vive di gloria, tu di luce riflessa. Se ti accontenti di fare l'allenatore in seconda, bene. Altrimenti ti metti sul mercato come primo allenatore. Ma non è facile. Stare in prima fila è logorante, il lavoro dell'allenatore di calcio ti distrugge. Non mi credi? Chiedilo al mio amico Marcello Lippi". A parlare, seduto sul terrazzino della sua casa sul mare di Pieve Ligure (Genova), è Narciso Pezzotti. 76 anni, per gli amici "Ciso", Pezzotti è colui che nella storia del calcio italiano ha incarnato meglio di chiunque altro la figura dell'allenatore in seconda. A partire dagli anni Settanta, Pezzotti si è specializzato nel ruolo di principale collaboratore di tecnici come Osvaldo Bagnoli, Eugenio Bersellini e Vujadin Boskov.

Ma il meglio di sé - quantomeno dal punto di vista dei risultati raggiunti - lo ha dato negli ultimi 25 anni al fianco di Marcello Lippi, a cui è legato da un rapporto che trascende la sfera professionale per arrivare a quella degli affetti. In tandem hanno vinto tutto: scudetti, Champions League, Coppa Intercontinentale e naturalmente il Mondiale del 2006. Davvero niente male.

"Cosa ho provato nel momento in cui Grosso ha trasformato il rigore decisivo? Che finalmente avrei potuto dormire tranquillo!". Ma oltre al ricordo della vittoria di Berlino - che a distanza di quasi 13 anni ancora lo commuove - Pezzotti ha molto altro da dire. Sul calcio di una volta, più letto e immaginato che visto in tv, sui calciatori scoperti o trasformati di ruolo (Deschamps, Vierchowod, Cordoba), su come si allena una squadra dal punto di vista tecnico-tattico, atletico e psicologico, su ciò che un "secondo" deve e non deve fare...

"14 ore di pullman per la trasferta a Reggio Calabria"

"Lei è nato nel 1942 a Offanengo, in provincia di Crema...". "1842? Mi fai così vecchio?". È con questa battuta - semplice ma efficace, giusto per rompere il ghiaccio del naturale distacco che intercorre tra un esperto uomo di calcio e un timido e (non più) giovane cronista - che Pezzotti inizia il suo viaggio a ritroso nel tempo. "Negli anni Cinquanta il calcio in tv era un evento raro, si vedeva poco ma si leggeva tanto, specie dal barbiere, su giornali come 'Il calcio illustrato'. Niente playstation! In compenso c'era l'oratorio dove non mancavano mai un pallone - uno solo eh! - e una pallina da ping pong. Quando si rompeva, facevamo una colletta per comprare l'acetone e ripararla...". Pezzotti, a suo dire, era uno "scricciolino magro e secco" che amava muoversi sulla fascia e saltare l'uomo. Insomma, un'ala, quella che oggi potremmo chiamare esterno d'attacco. La sua carriera da calciatore non è stata niente di eccezionale. Gli esordi nella squadra del paese, il suo passaggio al Crema in IV Serie, quindi il trasferimento al Como dove però non trova spazio.

Narciso Pezzotti calciatore con la maglia della Solbiatese

Allora i calciatori erano alla mercé dei club. Il giovane Pezzotti viene mandato al Chieti, Serie C girone C. "Quello meridionale. Giocare a Trapani, Siracusa e Barletta non era facile: diciamo che conveniva perdere... Per andare a Reggio Calabria si partiva in autobus alle 10 di mattina del sabato e si arrivava a mezzanotte. Poi, dopo la partita, bisognava tornare indietro. Ristorante? Ma quale ristorante: panini! Non eravamo eroi, era la vita di allora. Io lo facevo un po' per passione e un po' per necessità. Poi, dopo tre stagioni, grazie a Roberto Negrisolo che era stato mio compagno di squadra a Chieti, trovo un ingaggio a Empoli. Due anni lì e altri due alla Spal, con altrettanti secondi posti". Quindi, nel 1971, il trasferimento alla Solbiatese dove resta fino al ritiro, nel 1975 ("Avevo le ginocchia a pezzi"). Giusto in tempo per conoscere e apprezzare il tecnico della prima squadra: Osvaldo Bagnoli.

"A Solbiate alleno i giovani per due stagioni. Un giorno, era fine campionato, Bagnoli mi telefona e mi dice: 'L'anno prossimo vado a Como, che ne dici di venire con me?'. È lì che comincio a fare l'allenatore professionista. Faccio da vice a Osvaldo e in più seguo la Primavera del Como, avendo la fortuna di svezzare gente come Vierchowod, Matteoli, Todesco, Nicoletti, Galia, Invernizzi... Il settore giovanile del club era molto produttivo. Il Como era avanti anni luce rispetto alla concorrenza, un'isola felice, il primo club a usare il preparatore atletico e a compiere un'osmosi tra Primavera e prima squadra che, a quei tempi, erano due mondi separati. In cosa consisteva il mio ruolo? Mi sdoppiavo: la mattina curavo l'allenamento della prima squadra e nel pomeriggio andavo a lavorare con i Primavera. Così la società aveva uno stipendio in meno da pagare! Scherzi a parte - racconta Pezzotti - in quegli anni il ruolo dell'allenatore in seconda non era così definito e capitava spesso che il vice facesse più cose contemporaneamente".

"Boskov? Passava per un bonaccione. Ma era spietato!"

Nel 1981 Pezzotti si mette in gioco come primo allenatore, a Empoli. Ma le cose non vanno bene e viene esonerato. In suo soccorso arriva il mitico Mino Favini, scomparso in questi giorni e storico responsabile del settore giovanile di Como e Atalanta. "Mino, davvero un mio carissimo amico, era cognato di Eugenio Bersellini e un giorno mi porta a casa sua. Aveva appena litigato con Armando Onesti, il suo storico vice e preparatore atletico. 'Prendi Pezzotti!', gli fa Favini. Bersellini accetta e per due anni lavoriamo insieme al Torino, poi altri due anni alla Sampdoria". Fino a quando la società genovese dà il benservito a Bersellini ingaggiando al suo posto Vujadin Boskov. A cui Pezzotti fa da secondo per sei stagioni.

Consultando gli almanacchi illustrati del calcio di quel periodo, risulta una stranezza: Pezzotti allenatore e Boskov direttore tecnico. Com'è possibile? "Il motivo è presto detto. Gli allenatori stranieri potevano lavorare in Italia solo se affiancati da un 'prima categoria' italiano. Come ero io, avendo frequentato il supercorso di Coverciano ai tempi del Como. Nel biennio blucerchiato con Bersellini, durante la settimana stavo sul campo e la domenica andavo a visionare avversari e giocatori. Ero diventato uno dei punti di riferimento del presidente Paolo Mantovani che mi chiamava due/tre volte l'anno per chiedermi di relazionarlo sui possibili giocatori da acquistare. Insomma, ero già entrato nei meccanismi della società e quando mi è stato proposto di restare alla Samp come secondo di Boskov, ho accettato volentieri. Ricordo quando ci siamo conosciuti, all'hotel Astor. Lui parlava un po' di spagnolo. Io tendo a non dare subito confidenza ma quella volta - ancora oggi mi chiedo il perché - abbiamo deciso di darci del tu. Ed è nato un rapporto stupendo".

"Il segreto di quella Samp? Era strutturata fisicamente"

Umano e professionale. "Abitavamo nella stessa casa di Nervi. Il mio compito era di dargli tutte le informazioni che gli servivano per preparare la partita della domenica: poi era lui a decidere. Naturalmente, fatta eccezione per la breve esperienza ad Ascoli, non conosceva bene il campionato italiano. Ma non ho mai avuto la voglia di scavalcarlo, di primeggiare. Amava ripetere: 'Noi siamo Sampdoria' e lo diceva con la sua mentalità dell'impero, basata su 'ordine y disiplina'. Per Boskov senza disciplina non si otteneva niente, guai ad andare in tv senza cravatta... Passava per un bonaccione - e qui Pezzotti si fa improvvisamente serio - ma era spietato. A tavola era inflessibile, arrivava a contare il numero di bottiglie di vino bevute dai giocatori. Vedeva e osservava tutto! Ma aveva uno stile, un garbo... Sempre pronto a offrire la cena. Un grande", e qui la voce di Pezzotti si spezza leggermente.

In sei anni, tra il 1986 e il 1992, la Sampdoria diventa una squadra "copetera", come diceva spesso Boskov. Merito del lavoro del tecnico jugoslavo il cui merito principale, secondo Pezzotti, è stato quello di "cambiare la struttura fisica" della squadra. "Con Bersellini la Samp aveva un gioco stupendo, ma soffriva gli avversari forti fisicamente. Boskov l'aveva capito e infatti arrivarono a Genova i vari Briegel e Katanec: si giocava meno bene ma la squadra era più rocciosa, meglio strutturata. E infatti abbiamo giocato tre finali europee! Per arrivarci dovevi avere potenza fisica, a differenza di oggi dove conta di più la velocità. Se Boskov faceva lavorare i ragazzi sulla forza? In un certo senso sì, ma niente palestra. Il lavoro fisico consisteva nel caricare sulle spalle il compagno al posto del bilanciere. E a volte andavo bene anch'io. Ho una foto in cui sono in braccio a Mancini", confessa ridendo.

"Vi racconto un aneddoto su Totti. Lippi e la Juve..."

Nel 1992 Boskov e Pezzotti passano alla Roma. Ci rimangono una sola stagione, giusto in tempo per far debuttare un giovane Francesco Totti. "Aveva 16 anni e ogni tanto Pruzzo, che faceva l'osservatore, arrivava e ci parlava di questo ragazzo. Il classico 'romanaccio' simpaticissimo e burlone, anche se un po' indolente. Dopo avere cominciato ad allenarsi con noi, cascava quasi sempre nella cosiddetta 'regola della metacampo'. In pratica, durante le varie esercitazioni sul campo, Boskov metteva una striscia del tennis a metacampo. Se la squadra che attaccava segnava ma un suo giocatore rimaneva di là, il gol non era valido. Chi rimaneva di là? Totti! L'abbiamo fatto esordire a Brescia, si vedeva che aveva un talento incredibile. Che poi ha mostrato al mondo, con la Roma e con l'Italia".

Nella stagione 1993/1994 Pezzotti rimane fermo. Poco male, perché al torneo di Viareggio incontra l'allenatore più chiacchierato del momento. Ha 46 anni ed è reduce da un ottavo e un sesto posto in Serie A con Atalanta e Napoli: si tratta di Marcello Lippi. Pezzotti racconta: "Siamo nei primi mesi del 1994 e lo incontro durante il torneo di Viareggio. Ci eravamo conosciuti a Genova quando lui allenava la Primavera della Sampdoria e io ero il secondo di Bersellini. I giornali lo accostavano chi all'Inter e chi alla Juventus. 'Avrai mal di testa a dover scegliere', gli dico. Lui sorride e non dice niente. Dopo 15 giorni ricevo una telefonata: è Marcello. Neanche il tempo di dirmi ciao: 'Ciso, vado alla Juve: vuoi venire con me?'. Rimango di sasso, naturalmente accetto. Ma passo la notte in bianco...".

"La Juve? Ti fa pesare anche l'aria che respiri..."

Tra il 1994 e il 1999 Lippi trasforma la Vecchia Signora in una macchina da guerra. Oggi sembra scontato, ma al momento dell'arrivo sulla panchina bianconera del tecnico viareggino la Juve non vinceva lo scudetto addirittura dal 1986. La pressione, però, era comunque fortissima. "Il primo impatto con la Juventus è stato fortissimo. È una società dove tutto è organizzato e definito nei minimi dettagli: entri lì e ti fanno pesare anche l'aria che respiri", racconta Pezzotti. "Moggi, il direttore generale che già mi conosceva avendo ricoperto la stessa carica quando ero al Toro con Bersellini, era il dominus. Giraudo, sotto l'aspetto del comportamento, sapeva essere tremendo. Non c'era verso di sgarrare. Eppure questo clima ci ha aiutato nel nostro lavoro, facendoci sentire responsabilizzati e al tempo stesso tutelati. 'Se arrivi secondo è un fallimento': è questa la filosofia della Juventus".

Il primo anno del tandem Lippi-Pezzotti, la squadra non parte benissimo. Ma a un certo punto succede qualcosa. "Marcello - ricorda il suo secondo - trova la formula dei tre attaccanti: due fissi - Vialli e Ravanelli - e uno a rotazione tra Del Piero e Baggio. Del Piero era l'esordiente, il ragazzino... Che giocatore! L'ho visto per la prima volta in un'amichevole in Svizzera. 'Ca tr..., rimango impressionato! Incrocio lo sguardo con il papà di Alessio Secco e gli faccio: 'Bravo l'osservatore a prendere questo qui!'. Giocava sull'esterno sinistro, faceva un grande lavoro, segnava e allo stesso tempo si sacrificava per la squadra... Baggio veniva da problemi al ginocchio e a un certo punto Del Piero prende il suo posto. Alex era già maturo, oltre che sensibile e disponibile. Ma era tutta la squadra a funzionare: c'è stata una cavalcata che ha portato prima allo scudetto e poi alla Champions League".

"Ecco come ho trasformato Deschamps. Vieri? Un animale"

Un allenatore in seconda può essere anche un abile insegnante di tecnica calcistica. Proprio come Pezzotti. "A fine allenamento, alcuni giocatori rimanevano in campo per svolgere un lavoro specifico. Io ti insegno, ma dipende da te e dalla passione che ci metti. Un calciatore cambiato moltissimo dal suo arrivo alla Juve è stato Didier Deschamps. Era un mediano che randellava tutti, ma con stile. Infatti era già capitano della Francia. Con lui scatta subito una grande simpatia. Tutto bene fino a quando un problema ai tendini lo costringe a operarsi in Finlandia. Ricomincia a lavorare con il preparatore, poi con me. Mi accorgo che non ha più il passo di prima. Gli propongo di cambiare il suo modo di stare in campo, di giocare. Intelligente com'è, si affeziona a questo lavoro e nel giro di poco tempo si trasforma in un regista vero! Qualche anno dopo Blanc, suo compagno in Nazionale, mi prende in giro: 'Anche quando va in bagno Didier è tutto un, hop, va di qua e un, hop, va di là!".

Ma in quella Juve - che in quattro anni e mezzo di gestione Lippi vince 3 scudetti, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Supercoppa Uefa, 1 Coppa Italia e 2 Supercoppe Italiane - il migliore di tutti rimane lui: Zinedine Zidane. "Cosa vuoi dirgli? Un mostro. Ogni tanto provo a parlare della sua classe immensa ma la gente non riesce a capire. Era straordinario. Forse non proprio l'unico con un certo livello di talento, ma questo era alto un metro e 86 centimetri. Uno spettacolo!", spiega Pezzotti gesticolando vistosamente. A questo punto viene spontaneo chiedergli chi siano stati i cinque giocatori più forti che ha avuto alle sue dipendenze. Ci pensa qualche secondo. "Zidane, Baggio, Totti, Ronaldo e Vieri. Bobo era un animale, avevamo un grande feeling. Mi ha pure citato nella sua autobiografia. Un nome a sorpresa? Toni. Esploso tardi, era una roba straordinaria". Una sfilza di fenomeni che non possono essere neanche paragonati ai giocatori di oggi. Tranne uno: "Mbappé: lui sì che mi diverte... Mi ricorda Ronaldo".

Moggi: "Se Vierchowod va al Milan m'inc..."

E poi c'è uno degli eroi della finale di Champions 1996, vinta dalla Juve ai rigori contro l'Ajax: Pietro Vierchowod. Pezzotti non è tipo da crogiolarsi sugli allori, è tutto fuorché Narciso. Ma sullo "Zar" proprio non riesce a fare il modesto. "È stata una mia creazione. Dalla Berretti del Como era salito in Primavera, esordendo al 'Pio' di Genova contro i pari età rossoblù. Durante la settimana capitava che il presidente del club, Tragni, venisse a vedere gli allenamenti dei ragazzi. Una volta mi dice: 'Se domenica Bagnoli chiamasse Matteoli...', 'Presidente, guardi il numero 5', 'Dice così perché è suo figlio...'. Il resto è storia: due scudetti con Roma e Samp, ma nel 1995 la sua storia con i blucerchiati è ai titoli di coda. Lo raggiungo nella sua villa genovese, mi conferma di andare via. Vado su a Torino e avviso Moggi. 'Ha 36 anni, ma se vengo a sapere che va al Milan mi inc...', risponde lui. Pietro nella sua carriera ha vinto tutto, tutto! Gli manca solo la Coppa Uefa".

"Lippi e l'Inter? Ecco perché andò male..."

Un'altra scoperta di Narciso Pezzotti è stato Ivan Ramiro Cordoba. Con l'accento sulla seconda "o". "Lo vado a vedere per la prima volta nell'aprile 1999, dopo essermi liberato dalla Juventus dove ero rimasto qualche mese in più di Marcello per occuparmi di altre cose. Ma non lo prendiamo subito. L'affare si fa nel gennaio 2000, quando l'Inter ha solo tre difensori: Panucci, Blanc e Fresi, nessuno dei tre veloce e scattante come desiderava Lippi". Sì, perché nel 1999 - dopo avere lasciato la Juventus - il tecnico viareggino si era accasato all'Inter portando con sé Pezzotti, che al lavoro di campo affianca quello di osservatore. Ed è proprio in questa veste che suggerisce al ds nerazzurro Oriali l'acquisto del terzino greco Grigoris Georgatos. "Lo vedo giocare a Torino durante la partita di Champions tra Juventus e Olympiakos. Oriali fa la trattativa e lo paga discretamente. Ma non sembra convinto dell'affare e infatti, scherzando ma non troppo, mi avverte: 'Ho la valigia pronta, ma tu devi venire via con me'. Dopo la prima partita Oriali mi chiama mentre sono via per vedere gli avversari: 'Ciso, non hai idea: il greco è la fine del mondo!'".

Dopo il quarto posto del primo anno (stagione 1999/2000), le strade di Lippi e dell'Inter si separano per sempre. Cosa è andato storto? "Il primo anno arriviamo quarti e vinciamo lo spareggio di Verona contro il Parma con due gol di Baggio. Poi arriva il preliminare di Champions League con l'Helsingborg. E lì crolla tutto. Colpa in primis degli infortuni. Dovevamo avere Ronaldo e Vieri, ma il brasiliano si era rotto il ginocchio mentre Bobo aveva avuto altri problemi. In secondo luogo il fattore ambientale. Lo juventino che va all'Inter non è un avversario, ma un nemico. Non è questione di avere il dente avvelenato: è un dato di fatto. E comunque i risultati di una squadra dipendono da un insieme di varie componenti. Boskov amava ripetere che 'Puoi comprare giocatori, ma se non compri fortuna non vinci'. Insomma, per vincere nella vita come nel calcio ci vuole anche fortuna".

"Il Mondiale? L'abbiamo vinto a Coverciano..."

La stessa fortuna che si materializza sotto forma del rigore che il 9 luglio 2006 Trezeguet calcia sulla traversa, con il pallone che schizza per pochi centimetri al di qua della linea della porta difesa da Buffon. "Mentre Grosso segna: succede il contrario e cambia il mondo. Sono fatti che ti condizionano la vita, lo sportivo vive di risultati che ti condizionano la vita in famiglia e non solo l'aspetto economico", avverte Pezzotti. Che non può non aprire il cassetto dei ricordi legati alla Coppa del Mondo vinta nel 2006. Lui, ovviamente, era il secondo di Lippi. "Un'avventura straordinaria iniziata male". C'era Calciopoli, qualcuno chiedeva le dimissioni del c.t. "Arrivo a Coverciano, metto la valigia sul letto della mia stanza e scendo di sotto a vedere che cosa succede". Guido Rossi, il commissario della Figc, è a colloquio con Marcello. Sembra doverlo mandare via. E invece lo conferma.

È in quel momento, con quella decisione, che cambia qualcosa. "Ma il clima rimaneva difficile, con quattro cretini a insultare Cannavaro prima della partenza. Se l'Italia ha cominciato a vincere il Mondiale con la decisione di Rossi? Dal mio punto di vista c'erano altri fattori: la componente tecnica, il tabellone e soprattutto i giocatori. Qualche giorno fa ho visto in tv un servizio su Pirlo... A distanza di anni mi vengono ancora i brividi, eppure allora sembrava un giocatore normale. E poi Cannavaro, Buffon, la difesa che ha preso solo due gol in 7 partite...". Cosa ha pensato Pezzotti nel momento stesso in cui Grosso ha gonfiato la rete e l'Italia si laureava campione del mondo? "Non una parola precisa, ma come un senso di liberazione. Sono stati 40 giorni di inferno, senza un attimo di respiro. Prima del Mondiale, non dormivo la notte pensando che mi sarebbe potuto succedere qualcosa che mi avrebbe fatto saltare l'appuntamento. Io al Mondiale? Diventavo matto solo al pensiero di andarci, eppure non ero un pivello preso dalla strada. Ma la pressione era enorme".

Gattuso pre-Francia: "Non ho dormito un c..."

Neanche un aneddoto da raccontare? Preso dallo sfinimento, Pezzotti si arrende. "Allora... Premetto che con Gattuso ho un rapporto molto particolare, di grande amicizia. La mattina del 9 luglio trovo Rino più nervoso del solito. Gli chiedo se è riuscito a chiudere occhio. La sua risposta? 'Non ho dormito un c..., figurati'. In effetti un conto è giocare alle 15, un altro tirare fino a sera. Dopo avere alzato la coppa è arrivato il momento dei festeggiamenti, con tanto di cena a Roma e corteo al Circo Massimo da rischiare la vita. Ricordo che qualcuno mi ha chiesto: 'Ti senti campione del mondo?' Ci ho pensato e ho risposto secco: 'No'. E pensare che sarei potuto rimanere sulla panchina della Nazionale, Donadoni mi aveva chiamato per vagliare la mia eventuale disponibilità a proseguire la mia avventura come secondo dell'Italia. Negativo. Mi sentivo finito, stremato, svuotato completamente".

L'allenatore in seconda: chi è e cosa fa

Dopo avere affiancato Lippi prima al Guangzhou Evergrande e successivamentesulla panchina della Cina, dal gennaio 2019 Pezzotti è fermo. Come ferme sono le sue idee sul ruolo dell'allenatore in seconda, che lui definisce così: "È un collaboratore che ha lo spazio che il capo, cioè il primo allenatore, gli concede. Io ho una mia regola: mai mettere dubbi dove lui ha certezze. È lui che comanda e in ogni caso non si può mai indebolire la sua immagine di fronte al gruppo. Mai dirgli che sbaglia, quantomeno in pubblico. Il compito del vice può essere il più facile ma anche il più difficile. Bisogna sapere quando intervenire, andando a consolare chi ha giocato male e/o è stato sostituito. L'importante è non andare mai al di là delle proprie prerogative. Vuoi fare il protagonista? Non sei adatto a questo mestiere. Credi di essere bravo? Sono gli altri a doverlo dire". Ma c'è molto, molto di più.

Secondo Pezzotti ogni, vice allenatore che si rispetti "deve stare nel dietro le quinte, senza mai scavalcare il capo. Bisogna sopportarlo nei momenti di difficoltà, d'altronde è lui che sopporta pressioni tremende. L'allenatore vive di gloria, tu di luce riflessa. Se ti accontenti di fare l'allenatore in seconda, bene. Altrimenti ti metti sul mercato come primo allenatore. Ma non è facile. Stare in prima fila è logorante, il lavoro dell'allenatore di calcio ti distrugge. Ho letto un'intervista in cui Peruzzi citava una mia frase: 'Pezzotti mi disse che quando fai l'allenatore devi fare una scelta ogni 5 minuti e finisci per non riuscire a dormire la notte'. Il giornalista: 'E tu cosa hai deciso di fare?'. Risposta di Peruzzi: 'Di dormire la notte'. Allenare è un lavoraccio che richiede umiltà, passione e carattere: non basta timbrare il cartellino".

"Sono Narciso, ma solo di nome"

A quasi 77 anni, Narciso Pezzotti fa un bilancio della sua vita. "Se sono soddisfatto? Ho avuto fortuna. Oh, non solo! Non è che mi abbiano fatto lavorare perché cantavo bene... La Champions con la Juve, la Coppa del Mondo con l'Italia e gli 8 anni alla Sampdoria, fantastici... E poi la Cina, certo. Medaglie? Quella mondiale l'ho portata al mio paese, Offanengo, dove mi hanno dedicata una serata. Ci sono andato perché mi avevano promesso di portare i bambini sul palco. Così è stato, e al solo pensiero mi viene il magone (si commuove, ndr). Un termine per descrivermi? Direi l'opposto del mio nome".

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