«Nel 2023 la C10 ibrida Siamo un investimento»

Il designer: «Una nostra auto si rivaluta fino a 10 volte. Il 20% del fatturato va alla ricerca»

Cesare Gasparri Zezza

S. Cesareo sul Panaro Nella tranquilla cittadina modenese, Horacio Pagani è impegnato a dirigere e a portare avanti un'azienda che è diventata un'eccellenza dell'Italia. In Pagani, arte e scienza si fondono, ma sono i sogni di Horacio a prendere forma o quelli dei clienti che si rivolgono a lui?

«La missione del designer è difficile - sottolinea l'imprenditore argentino -; lavoriamo per capire i desideri dei clienti e ne realizziamo i sogni. Ogni auto è unica. Il concetto che arte e scienza si possano fondere è di Leonardo; noi non abbiamo inventato nulla».

Chi sono i clienti di Pagani?

«Persone che nella loro vita hanno lavorato duramente e adesso vogliono regalarsi qualche cosa di unico, tailor made. Chi compra una Pagani lo fa con il cuore, anche se negli anni le vetture si sono dimostrate ottimi investimenti rivalutandosi anche di 8-10 volte».

I suoi due figli porteranno avanti l'azienda?

«Christopher e Leonardo hanno deciso di entrare in azienda timbrando il cartellino. Nel tempo hanno anche completato gli studi. E oggi continuano a lavorare duramente. Se in futuro non riusciranno a sviluppare il sogno del loro padre, cercheranno un manager. Sono i miei consiglieri. Insieme, hanno studiato e realizzato questa nuova fabbrica».

Se oggi si può usare la fibra di carbonio per la realizzazione delle protesi degli arti lo si deve anche a lei...

«Erano gli anni '80, in Lamborghini portavo avanti il progetto della Countach Evoluzione, prima auto con telaio in materiali compositi. Da subito ho capito l'enorme potenziale di questo materiale fino ad allora usato quasi esclusivamente per scopi militari. In 30 anni abbiamo scoperto molto sulle qualità di questo materiale e sul modo per lavorarlo. Con la Pagani abbiamo destinato enormi risorse per un ulteriore sviluppo, compreso l'utilizzo nelle protesi. Ma non ci riteniamo dei filantropi».

Quanta Italia c'è nelle Sue opere?

«Una Huayra, considerando il motore come pezzo unico, ha 10.000 componenti. Tranne la power-unit che proviene dalla tedesca Amg, il resto è elaborato in Italia. Si fa tutto all'interno di queste quattro mura. Solo alcune parti meccaniche in alluminio e titanio vengono realizzate da fornitori locali».

Formazione e personale...

«Le persone che arrivano in Pagani, le formiamo e le facciamo crescere professionalmente portandole a livelli d'eccellenza. Serve un'altissima professionalità per realizzare queste vetture. Negli ultimi tre anni abbiamo raddoppiato il personale: ora siamo circa 150».

Quanto è importante la manualità?

Qui abbiamo ripreso il concetto rinascimentale dell'intellettualità manuale: il nobile passaggio dalla mente che crea, al cuore, che dà un valore aggiunto, alle mani che eseguono. Non si può realizzare un cofano o un telaio facendone combaciare la trama a occhi chiusi o senza metterci amore e impegno».

Pagani divide il suo successo con gli operai?

«Utilizziamo un metodo meritocratico, premiando il lavoro del singolo».

C'è spazio, da voi, per l'elettrico?

«Stiamo lavorando da quasi un anno a un progetto di una nuova vettura che, nel 2023, sostituirà la Huayra. Si chiama C10 e potrà contare su due motorizzazioni, una termica e una elettrica».

E la guida autonoma?

«Non vedo questa tecnologia a bordo di una Ferrari, di una Lamborghini o di una Pagani».

Huayra Coupé e la consegna dell'ultimo esemplare...

L'ultima della serie di 100 è stata già consegnata, quella che stiamo costruendo adesso è una one-off. In produzione ci sono le Huayra Roadster, ne abbiamo realizzate già una ventina. Tra poco il nostro impegno si sposterà anche sulla BC roadster».

Rimorsi, rimpianti?

«Dopo 20 anni la Pagani è ancora a conduzione familiare. Abbiamo fatto tanto, probabilmente anche tanti errori, ma il 10 del mese abbiamo sempre pagato tutti. Siamo un'azienda che investe il 20% dei ricavi nella R&D».

Come impiega il tempo libero?

«Amo leggere, girare, studiare. Ho il tavolo da disegno in camera da letto. Non mi fermo mai».