Neymar e Dani Alves contro Cavani Gli sceicchi scoprono il clan dei parigini

Il premio per i gol scatena la guerra al Psg. Cose già viste anche in Italia

di Tony Damascelli

Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Francesco de Gregori non sapeva nulla di Cavani e di Neymar, con l'aggiunta del complice Dani Alves. Per un rigore hanno litigato i primi due mentre il terzo, come d'abitudine, ha fatto il furbo nascondendo il pallone, come si fa tra mocciosi, per poi consegnarlo al compatriota. E' accaduto tra milionari a Parigi e l'episodio non si limita alla semplice esecuzione del penalty, di mezzo c'è il premio che gli emiri hanno garantito, nel contratto, all'uruguagio ma anche al brasiliano, 1 milione e mezzo di euro a chi vince la classifica dei cannonieri. Avidi e ingordi fino all'ultimo tiro in porta e divisi nello spogliatoio, mentre stavano venendo alle mani, dopo gli insulti e le provocazioni. Storia vecchia del football, là dove lo spirito di gruppo è una bella frase offerta al popolo là fuori, ma dentro, tra la doccia e gli armadietti, accade di tutto, volano scarpe e bottiglie, parolacce e bestemmie. Trattasi di clan, non dei marsigliesi ma dei parigini, ma è clan dovunque, dai tempi antichi.

Segnalo che nella Roma dei favolosi anni Settanta, durante un allenamento Liedholm distribuì i fratini ai calciatori e Di Bartolomei chiese allo svedese: «Come ci dividiamo, mister?». Liddas conservando la sua flemma, rispose con un sussurro: «Per clan». Infatti lo spogliatoio giallorosso era spaccato tra veterani e sbarbati, Conti, Pruzzo, Maldera, Falcao e dall'altra parte Vierchowod, Iorio e qualche ragazzotto. Liedholm aveva capito il giro del fumo e provveduto a smontarlo con la sua ironia. La storia ebbe un bis quando arrivò a Roma Boniek. Al primo allenamento Zibì si rese conto che il ritmo della corsa era da passeggiata fuori porta, provò un paio di scatti, restando isolato in avanti e gli arrivò una voce dal gruppo: «A polacco, sei venuto pe' ffa' carriera?», Boniek ridusse il ritmo, allineandosi.

Si disse e si scrisse che anche la grande Inter del Mago vivesse di fazioni, Mazzola contro Corso, l'astuzia del politico contro l'arte del calciatore e basta. E poi della banda di argentini che isolavano Ibrahimovic, già solitario di suo. Alla Juve di Lippi non erano buoni i rapporti tra Del Piero e Inzaghi, come in quella di Boniperti presidente, giravano lunghi coltelli tra Causio e Capello. Al mondiale brasiliano fu Buffon a denunciare i ragazzotti che pensavano a se stessi e non alla squadra, con evidente riferimento a Balotelli e Cassano, la questione restò irrisolta e portò alle dimissioni contemporanee di Prandelli e di Abete, mentre i due giovinotti proseguirono le loro avventure.

Non è stato, per la voce di bar più che di popolo, l'intervallo di Cardiff a far esplodere lo spogliatoio juventino, con Bonucci e Dani Alves a dare lezioni di attaccamento al resto della truppa. Capitò poi che i primi a svignarsela a fine stagione siano stati proprio i due professori. L'ultima chiacchiera dice che Higuain è un uomo solo e solitario, non gli passano la palla, preferiscono Dybala. Balle che servono a tenere alta l'attenzione davanti al bancone del bar sport. I clan? Lasciamoli alla camorra.