Nibali: "Non sono il padrone del Tour"

Dopo la quarta affermazione nella Grande Boucle, il siciliano si difende da sospetti e accuse velate: "Il paragone con Lance? Inadeguato"

Vincenzo Nibali

Chissà per quanto tempo ancora bisognerà fare i conti con il "Fantasma americano" - leggasi Lance Armstrong - che aleggia sul Tour de France e sbuca fuori ogni volta che si assiste ad una performance significativa, un corridore che attacca e frappone il vuoto tra sé e gli altri. Accadde lo scorso anno a Chris Froome, dopo le frenetiche accelerazioni sul Mont Ventoux che lo resero irraggiungibile ai suoi rivali. Oggi tocca a Nibali, reduce dall'impresa di Hautacam, un'azione d'altri tempi che inevitabilmente lo mette sotto la lente d'ingrandimento. È il retaggio che il ciclismo contemporaneo deve pagare, dopo anni di scandali e squalifiche, che hanno riscritto numerosi albi d'oro.

Lance Armstrong è ormai il Diavolo nel mondo delle due ruote a pedali, e tutti non esitano a prendere le distanze da colui che è considerato la personificazione del doping (e quindi del Male ciclistico).

"Non sono il padrone del Tour"- attacca subito Nibali -"ma soltanto uno che si è impegnato per vincerlo".

Ieri è arrivato il quarto successo parziale:

"Volevo dedicare la vittoria ai miei compagni, che anche oggi sono stati eccezionali".

Quattro sigilli da parte di un corridore in maglia gialla non si vedevano dai tempi di Merckx, o di Armstrong, appunto. Neppure Contador, la cui fedina ciclistica è tutt'altro che candida, aveva mai dato simili dimostrazioni di superiorità.

Nibali ci tiene a fare chiarezza:

"Le mie prestazioni non sono mostruose, il ciclismo è cambiato e il passato è passato. Certi paragoni sono inadeguati".

Niente meglio dei numeri può aiutare a capire in questi casi, e le mere cifre danno ragione al capitano dell'Astana: la sua prestazione di ieri, definita mostruosa da più parti, è in realtà ben lontana dalle performances di qualche tempo fa, quelle marchiate dalla lettera scarlatta del doping. Il tempo di scalata di Nibali ad Hautacam, 37 minuti e 20 secondi, è al 26° posto assoluto. La prima piazza è occupata da Bjarne Riis, con 34'35'', e gli altri due gradini di questo podio sono occupati da Pantani (35'37'') e Armstrong (36'20''). Differenze non di poco conto.

Tali discorsi sono alimentati dai sospetti, e finiscono per distogliere l'attenzione da quello che Nibali sta facendo al Tour: cose meravigliose, senza girarci troppo attorno. Ad Hautacam la sua azione è destinata ad entrare nell'album dei ricordi collettivi, sotto la voce "Imprese", accanto a quella di Pantani in quel di Les Deux Alpes nel 1998, giusto per non andare troppo indietro nel tempo. Un'impresa nata quasi per caso, come rivela lo stesso Nibali:

"Forse sono partito un po' troppo presto"- dice riferendosi al fatto che un attacco su un arrivo in salita a 10 km dal traguardo è un'enormità, in questo ciclismo sparagnino -"non sapevo quanto vantaggio aveva Nieve in fuga. Mi sentivo bene, e quando Horner è partito, l'ho seguito".

Lo stesso Horner che lo scorso anno lo staccò in salita, soffiandogli la vittoria finale alla Vuelta.

"Volevo lasciare il segno sui Pirenei"- conclude -"e nel finale ho sofferto un po', sono salito del mio passo e ho cercato di conservare il vantaggio".

Infine una considerazione per fare un confronto fra il Tour del 2012, concluso al terzo posto, e quello di quest'anno, che si sta avviando a vincere: "Questo è senz'altro più duro. E anche più divertente".