Nibali, tanta fatica per nulla Firenze ritrova un Rui Costa

nostro inviato a Firenze

È portoghese, non imbucato. Da Costa veste la nuova maglia iridata con pieno merito, prima volta nella storia per il suo Paese, dopo sette ore e mezza di bicicletta sotto il diluvio universale, una cosa leggera come il turno in fonderia. Bravo lui a rimontare negli ultimi metri Rodriguez, ma babbei colossali due quotatissimi spagnoli, lo stesso Rodriguez e Valverde, capaci di buttare direttamente nell'Arno un'occasione irripetibile (due su quattro nel finale, entrambi più veloci in volata): l'argento e il bronzo che si portano a casa hanno un valore di mercato pari a quello dei Btp greci.
Purtroppo, il quarto di questo grande finale è Vincenzo Nibali, eroe triste della giornata crepuscolare: caduto in discesa a tre giri dalla fine, è capace di rimontare da solo il minuto di distacco, rientrare in gruppo e inventarsi nell'ultima tornata il cataclisma che sconvolge la corsa. Purtroppo lo sanno anche le statue: ha mille qualità, non lo sprint. Così, negli ultimissimi chilometri finisce in mezzo al gioco diabolico degli spagnoli, perdendo per titubanza da Rodriguez qualche metro in discesa (lui, che è re della picchiata: ma la caduta precedente lascia evidenti tracce psicologiche), infine piegando inesorabilmente il capo sotto lo spunto di Valverde per il bronzo.
Termina così la tremenda settimana azzurra: certo l'Italia non può considerare indimenticabili questi Mondiali per il terzo posto della ragazzina Ratto tra le donne. Il fallimento è completo, saremmo pronti per portare i libri in tribunale. Eppure, è proprio dalla corsa più complicata che possiamo trarre le consolazioni migliori. Dopo tante figuracce, la nazionale di Bettini corre nel modo migliore, nell'unico modo che le nostre forze ci permettono. Tantissimi chilometri a tirare per indurire i muscoli della concorrenza, quindi due attacchi delle mezzepunte Visconti e Scarponi per obbligare gli altri a rincorrere, infine l'assolo dell'unico nostro big presentabile, ovviamente Nibali. Certo la caduta nel terzultimo giro dello stesso Nibali e del regista Paolini obbliga a modificare un po' i piani, a rabberciare la strategia, a improvvisare i rimedi, ma nel complesso non si può dire che senza la caduta sarebbe finita diversamente: su un percorso simile, duro però non durissimo, Nibali mai sarebbe riuscito a staccarli tutti e ad arrivare da solo. Non glielo si può chiedere, non è Nembo Kid. Nelle condizioni reali della corsa, Nibali e la nazionale ottengono il massimo, con coraggio e generosità. L'unico a stonare, nell'ottima giornata collettiva, è Pippo Pozzato, che nel finale, alle prime accelerazioni, rincula subito alla deriva, verso i margini della corsa, verso l'ennesima delusione personale.
«Purtroppo la caduta mi ha lasciato un po' di paura nelle discese - racconta Nibali alla fine -. Però ci ho provato in tutti i modi. Certo restare con Valverde e Rodriguez si è rivelata la situazione peggiore. Mi resta la serenità di avere fatto tutto il possibile». E anche molto di più. Nibali non esce da Firenze con la maglia di campione del mondo, ma certo con la patente di migliore al mondo: l'unico a correre sempre, da febbraio a ottobre, sempre tra i primi, spesso primo. Da solo, ormai, è il ciclismo italiano: nei grandi giri senza concorrenza, ora anche nelle gare in linea. Ed ha solo 28 anni, il più giovane tra i grandi del pianeta. Dunque è il nostro presente, ma soprattutto sarà il nostro futuro.
Certo, sembra di arrampicarci sui vetri dopo l'ennesima sconfitta. Ma stavolta non è così. Stavolta possiamo tornare a casa tranquilli. Ci possiamo pure permettere un po' di sano orgoglio nazionale, girando la vergogna e i rossori ad altri destinatari. Ci sono nomi precisi e disastri precisi. Cancellara, Gilbert, Sagan: se noi abbiamo perso, questi devono correre a nascondersi.