Ma non si esauriscano con un palazzetto

di Elia Pagnoni

G ira l'ottimismo sotto la Madonnina, sotto le Tofane e al Foro Italico. Sarà perché il Cio da Tokyo sembra strizzare l'occhio più all'Italia che alla Svezia, sarà perché l'accoppiata Milano-Cortina rischia di vincere quasi per mancanza di avversari, ma Coni, sindaci e governatori interessati si sentono già in tasca le Olimpiadi del 2026. Diamolo pure per fatto, anche se la verità si conoscerà solo nel prossimo giugno, ma non diamo assolutamente per scontato il successo organizzativo lombardo-veneto. L'ipotesi di un'Olimpiade a Milano stride violentemente con la situazione di una città che per troppi anni ha messo lo sport, e l'impiantistica in particolare, in seconda fila. Anche se adesso il sindaco Sala, e con lui il governatore Fontana, sono animati dal sacro fuoco olimpico, fino ad oggi nessuno da palazzo Marino, di qualunque colore politico fosse la giunta, ha mai dato un vero impulso all'impiantistica della città. Tanto è vero che anche nel filmato presentato a Tokyo, al di là delle scontatissime immagini di San Siro, non hanno potuto che far vedere manifestazioni da strada, dalla Stramilano alla maratona, nemmeno l'arrivo del Giro d'Italia che ormai sta prendendo sistematicamente altre direzioni.

Ben venga l'Olimpiade, dunque, purché non la si rinchiuda in un palazzetto (che comunque manca da 33 anni) o sulle piste ampezzane e valtellinesi. Milano ha bisogno dell'Olimpiade per risollevare tutti i suoi impianti e tutto il suo sport. L'esempio da seguire è quello di Torino, che nel 2006 seppe trasformare una città con una ricaduta di investimenti su tutti gli impianti, non solo olimpici. Un'operazione che però può avvenire solo se alle spalle del comitato organizzatore ci sarà il governo. Il Lombardo-Veneto ha fatto sapere che è pronto a sobbarcarsi anche da solo i costi, ma Roma non perda l'occasione di appoggiare un evento che farà da vetrina a tutta l'Italia. Come lo fu l'Expo.

Questa volta però Milano si aspetta molto di più. Sarebbe assurdo gloriarsi di un'Olimpiade, giocata in gran parte a chilometri di distanza, e continuare a far marcire gli altri impianti nella tristezza attuale. Anche perché sarebbe l'ultima occasione.