«Il nostro segreto? Intesa perfetta tra nazionale e club»

Sandro Campagna, quarantanovenne coach del Settebello campione del mondo, ha il "cloro" nel sangue. Nato a Palermo, ha legato la carriera da atleta a due società: l'Ortigia di Siracusa e la Roma. Ha indossato la calottina della nazionale per 409 volte: è stato tra i protagonisti del Grande Slam vincendo dal 1992 al 1995 le Olimpiadi di Barcellona, gli Europei di Sheffield e Vienna e i Mondiali di Roma con il mitico Settebello di Ratko Rudic, del quale è poi diventato il secondo. Poi l'esperienza all'estero (Grecia), quindi è stato richiamato al capezzale del Settebello: mancava il gruppo, la squadra. Dopo l'oro Mondiale di Shanghai, più volte ha ripetuto: non siamo i migliori, ma siamo stati i più bravi. Perché?
«Nello sport essere i più forti e' una definizione che non può avere un senso assoluto, perché devi dimostrarlo nell'appuntamento che conta. Noi a Shanghai, nonostante ci fossero altre squadre sulla carta più forti, abbiamo vinto. Perché in quel momento eravamo i più bravi, giocavamo meglio, abbiamo mostrato a tutto il mondo la nostra forza di coesione, l'aiuto reciproco per sopperire a limiti e debolezze individuali».
Adesso il suo Settebello affronta le Olimpiadi con la corona di campione del Mondo. Con quali risvolti?
«Abbiamo lavorato duramente, con grande determinazione soprattutto per lottare contro un nemico "invisibile": l'appagamento dei ragazzi. Abbiamo avuto due infortuni importanti durante questa preparazione: Tempesti, il nostro numero 1, è stato fuori per sei mesi, poi poco tempo fa il nostro centro Aidcardi si è fermato ed è stato in dubbio fino a pochi giorni fa. Ma è fuori di dubbio che lotteremo come sempre con il coltello fra i denti».
Pallanuoto e volley sono gli unici sport di squadra che vedremo a Londra. Come se lo spiega?
«E' anche questo un lavoro di squadra: la federazione con lo staff da una parte, le società dall'altra. Siamo riusciti a trovare un giusto equilibrio per cercare di accontentare le esigenze di tutti. Grazie soprattutto alle società, che sono le prime a tenere alto il nostro sport, preparando a dovere gli atleti. La programmazione della nazionale deve essere "pesante" nel senso che, pur rispettando gli impegni dei club, dobbiamo avere il tempo per preparaci ai grandi avvenimenti».
Anche il coach patisce l'ansia del grande avvenimento?
«Certo, anche se cerco di viverlo con più equilibrio rispetto ai ragazzi. Vivrò in totale isolamento per venti giorni, ma in simbiosi con loro. Disposto a calmare ogni mia sovraeccitazione, cercando solo di trasmettere calma».