O capitano, mio capitano. "Ora per me vincere vuol dire aiutare i giovani"

"Le staffette mi danno serenità. E penso alla squadra. Sanno che tutto quel che affrontano, l'ho già visto"

Filippo sa che ai mondiali di Budapest potrà perdere perché ha già vinto. E sa che vincerà anche perdendo. È un lusso concesso a pochi, questo. Uno stato di grazia. Nello sport arriva quando non si deve dimostrare più nulla agli altri. E neppure a se stessi. Filippo ora ha trentacinque anni, cinquantaquattro medaglie al collo che pesano nulla e un cruccio solo che pesa moltissimo: aiutare i compagni della staffetta stile e tutti i ragazzi e le ragazze della nazionale di cui è capitano. Perché l'aiuto ha diverse forme: a volte è un crono meraviglioso da regalare nell'ultima frazione della 4x100, «la mia frazione da anni» dice con orgoglio. Altre volte l'aiuto si nasconde nella morbidezza di un gesto, di un «vedrai domani andrà meglio...».
Ne hai di ragazzi attorno.
«Sì. Credo di essere riuscito ad abbattere le naturali barriere che ci sono tra un uomo di 35 anni e dei 17enni. Basta pensare alla vita di tutti i giorni: quando mai un 35enne passerebbe così tanto tempo con ragazzi di quell'età? Dormendo in stanza insieme nei ritiri, condividendo momenti di quotidianità e confidenza. Credo di essere stato bravo a far capire loro che il capitano è uno che ha già vissuto quello che stanno affrontando loro e con umiltà cerca ora di fargli vedere come si deve essere professionisti per raggiungere grandi risultati. Per esempio Nicolò Martinenghi, Tete, si sta dimostrando un fuoriclasse sia in vasca che nel capire questo».
Ma gli altri ti riconoscono questa capacità?
«L'altro giorno, quando eravamo insieme, in pieno relax, io, Luca Dotto e Ivano Vendrame, a un certo punto Ivano, che ha vent'anni, mi ha guardato e se ne uscito dicendo: Pensate come sarà bello se, fra tanti anni, riusciremo a ritrovarci così affiatati come adesso, a parlare, a confidarci, magari tutti quarantenni.... Io ho sgranato gli occhi: ma Ivano, ho detto, io ho già quasi quarant'anni... E lui: Cavolo, è vero, ma per me tu sei un coetaneo».
Capitano e coetaneo.
«Sì, mi è piaciuto. Mi fa sentire bene, vuol dire che sto lavorando nel modo giusto, che da una parte ci metto la maturità che richiede il ruolo di chi ha sette mondiali alle spalle e dall'altra riesco a calarmi nelle loro esigenze».
E ti cali nell'acqua: per alcuni di voi è un elemento ostile da domare.
«Non è ostile per me. Ho iniziato a 7 anni. Sono praticamente 30 anni che nuoto. Poco manca che abbia le branchie. Quando sto troppo fuori mi manca».
E manca anche la sofferenza del nuoto, degli allenamenti massacranti?
«È la parte che più mi piace. È una sofferenza che fa sentire vivi e per questo la cerco ogni giorno. Raramente termino un allenamento senza fiatone e braccia gonfie. E poi saper soffrire aiuta nella vita perché se ci riesci per un obiettivo, allora puoi farlo anche nel quotidiano».
Come fai a dirlo?
«Me ne accorgo: vivo sentendomi sempre pronto ad affrontare tutto. Ma non è solo merito della sofferenza del nuoto, è il nuoto stesso ad essere un sunto meraviglioso della vita. Il nuoto è sacrificio, è stare male, è stare bene, è stare improvvisamente a pezzi e scoppiare di gioia improvvisa, è ubbidire a qualcuno, a un allenatore, ed è stare in squadra, fare gruppo, ma è anche solitudine, è dedicare tutto a un obiettivo ed è saper rinunciare. Non c'è nulla di facile in uno sport ad alto livello ma vivere è ancora più difficile».
Però nello sport vi giocate tutto in pochi istanti, non potete sbagliare.
«La vera differenza è che la vita, a volte, non ti concede un'altra chance».
Il nuoto dà l'occasione di guadagnare? O è tanta gloria, qualche soldo ma poi...
«Sì, puoi vivere bene. Però non siamo calciatori o giocatori di Nba. Per riuscirci si deve vincere tanto e per lungo tempo. Come me, come Federica, come Rosolino, atleti ma anche personaggi».
Anni fa «l'Isola dei famosi», mesi fa, prima di questi mondiali, «Masterchef vip». Più calorie e distrazioni e meno sofferenza in acqua.
«Macché. Io sono bravo a fare più cose insieme».
Dote rara, dicono che le donne siano regine in questo.
«Non solo loro. Nella vita di tutti i giorni un padre e una madre che lavorano, che sono marito e moglie e genitori e sono a loro volta anche figli e magari devono curare i propri vecchi, non fanno tante cose insieme? E allora? E poi nessuno sa che ai tempi dell'«Isola», mentre ero alle prese con Belen, Luxuria, Rubicondi, poi tre volte la settimana andavo in palestra e tutti i giorni facevo ore di auto per allenarmi nella piscina in città».
Tornato in gara come andò?
«Vinsi oro e argento agli Europei con record del mondo nella staffetta mista. E ora, dopo Masterchef, mi sono qualificato per l'ottavo mondiale».
Un pensierino a Tokio 2020...
«Sarebbe un bellissimo traguardo. Ma non nuoto pensando di aggiungere tasselli. Se da ragazzo mi avessero detto che avrei vinto 17 titoli europei, due mondiali, che sarei stato capitano per 11 anni, non ci avrei creduto... No. Non ci penso. Io metto davanti solo il divertimento di nuotare e la voglia di sacrificarmi e di aiutare la staffetta. In fondo, il mio ruolo di capitano è anche questo: portare le gare di squadra più in alto possibile. Mi stimola e mi dà serenità affrontare la sfida così. Di gareggiare da solo contro atleti di 15 anni più giovani no, basta».
Ragiona di giorno in giorno. Dopo il mondiale potrebbe anche arrivare l'addio.
«Non nascondo che sento di voler far anche dell'altro. La parte più lunga della vita è quella che ti attende da non sportivo. Per cui diventa più importante quel che si farà dopo che il prima».
Cosa farai?
«Vorrei restare nell'ambiente, peccato sprecare tutto, e mettermi al servizio degli altri, continuare a sostenere Doping free...».
A proposito: quest'inverno, benché non c'entrassi, il tuo nome è finito coinvolto nell'inchiesta sul tuo ex nutrizionista (e di altri campioni) accusato di trafficare con sostanze dopanti.
«Sì, il Gip ha subito sottolineato la mia estraneità. E quella persona con me si era sempre comportata correttamente. Comunque ho cambiato professionista. E poi per me parla la carriera, la mia lotta contro il doping, parla averci sempre messo la faccia, anche ora, secondo controllo in due settimane. E parla la consapevolezza di aver magari perso, a volte, contro chi aveva usato scorciatoie. Comunque, è una vicenda che mi ha dato ulteriore stimolo per affrontare al massimo questo mondiale».
Alla fine la domanda ci deve essere: ma tu e Federica Pellegrini siete ancora insieme?
«Ho lavorato tanto per questo mondiale e adesso mi concentro solo su questo». Silenzio. Sorriso. «E chi vivrà vedrà».

Commenti

czlsha

Ven, 21/07/2017 - 06:43

Ammiro tanto il suo sorriso a qualsiasi sfida sia quella sportiva che quella quotidiana, come un capitano lui dispone di una capacita formidabile di armonizzarsi e sincronizzare tutti componenti della sua squadra, questa qualita non si puo fare nascere dai duri allenamenti, e una virtu necessaria per un leader, spero che spinto da questa molla lui riesca a splendere insieme alla sua squadra