La pace d'oro di Campriani: "Ho odiato la carabina show"

Impresa dell'azzurro dopo la rivoluzione post Londra. "Prima vittoria dopo tre anni. E grazie alla mia Petra"

nostro inviato a Rio de Janeiro

Volevano farlo fuori, alla fine li ha impallinati tutti. Perché la vendetta è uno sparo in un cerchiolino magico, quasi invisibile, così piccolo che solo un grande può centrare nel giorno in cui non si può fallire. L'oro di Niccolò Campriani, l'ingegnere giramondo, nasce da un'ingiustizia, perché «adesso sono felice, ma se ci fate caso questa è la prima vittoria degli ultimi tre anni. Gli anni in cui sono arrivato ad odiare lo sport che ho tanto amato».

È successo, Niccolò adesso festeggia il titolo di campione olimpico nella specialità carabina 10 metri baciando la sua Petra, compagna di poligono e di vita, ma il trionfo è arrivato dopo la sofferenza, dopo il tradimento di uno sport che non voleva arrendersi alla legge del migliore. Si sparava, infatti, nel silenzio rotto solo dai suoi pallini perfetti; ora si spara, invece, in una specie di luna park, dove manca solo l'orsetto da centrare. È cambiato tutto, è cambiato lui. Ma alla fine Niccolò ha vinto, e ha ritrovato la felicità.

«Sì, io ho odiato - ha detto sorridendo Campriani -, e la cosa peggiore che questa disciplina mi ha dato davvero tanto. Non posso dimenticare che mi è servita per stare vicino a mio padre durante l'adolescenza, quando mi portava alle gare e contavano anche i silenzi al ritorno in auto se le cose non erano andate bene. Ricordi indelebili, che mi sono portato via quando son partito per gli Stati Uniti. Ero ancora giovane, mi restava solo il tiro». Poi, dopo l'argento di Londra 2012, il tradimento: gli hanno chiesto un aiuto per rendere il tiro a segno più spettacolare e poi hanno fatto esattamente il contrario. Una trappola, lo hanno fregato, «e allora sì, ho odiato. E devo chiedere scusa alla mia Petra, non sono stato una persona facile negli ultimi tre anni». Petra Zublasing, compagna di tiro e nella vita, anche lei finita nel frullatore dello sport spettacolo: a Rio le è andata male, ma il bacio a Niccolò è il sollievo di un'esistenza da vivere in due.

Ed ecco allora come è andata: Campriani si qualifica primo con tanto di record olimpico per la finale, e una volta sarebbe valso tanto, ma adesso non più perché i primi otto ripartono da zero. Un agguato. La gara diventa ad eliminazione, mentre il pubblico è sollecitato ad esultare e nel sottofondo sparano in questo caso a tutto volume - heavy metal. Mancano solo le bamboline, ed invece il premio è l'oro di una vita. Così ad un certo punto Niccolò è fuori dalla zona medaglie, paga un 9.2 quando il massimo è 10.9, ma nel momento in cui c'è da prendere la mira giusta, scatta la molla del campione: «Il pubblico indiano gridava a ogni tiro del suo Bindra, ho dovuto prendere il mio timing su di lui. Prima dovevi solo pensare al bersaglio, adesso devi tenere conto di tutto quello che succede intorno. E non farti condizionare». E allora, tredicesimo colpo: Bindra esita, Niccolò fa 10.3, è il segnale. Campriani comincia la rimonta, sorpassa tutti, quarto, terzo, secondo, resta l'ultimo doppio colpo contro l'ucraino Kulish, l'Ok Corral dell'era moderna. Niccolò non fallisce, 10,6 e 10,7, praticamente a un micron dalla perfezione. È oro, è la vendetta, è la felicità.

«È una medaglia internazionale, diciamolo, perché Petra e io abbiamo viaggiato molto - Giappone, Cina, America - rubando segreti e dando in cambio consigli. Ma è una medaglia soprattutto italiana, perché la Federazione mi ha supportato sempre in questo giro del mondo e perché quattro anni fa ho convinto un'azienda che non faceva carabine, la Pardini, ha farne una per me, praticamente è come vincere il mondiale costruttori. Fu una vera follia, e alla prima gara mi sono pure scordato una vite e non riuscivo più a rimontare l'arma. Se penso dove siamo arrivati ora...». All'assoluto, praticamente: «Ci ho messo il cuore, ho superato tutte le mie paure. E sono contento di dividere tutto questo con le persone che mi vogliono bene». Perché adesso, Niccolò, non è più tempo di odiare.