La palla cercava Di Stefano lui l'adorava: "Gracias vieja"

La leggenda ci ha lasciato. Chi l'ha visto giocare non lo metterebbe mai dietro altri. Precursore del football moderno. Due palloni d'oro, tre nazionali, mai un mondiale

Alfredo Di Stefano è morto ieri a Madrid. Aveva 88 anni. La leggenda del calcio e presidente onorario del Real Madrid, vittima nei giorni scorsi di un arresto cardiorespiratorio, era ricoverato al Gregorio Marinon della capitale spagnola. La “saeta rubia” era nata nei pressi di Bueons Aires. Curiosamente non ha mai partecipato ai mondiali pur avendo giocato in tre nazionali (albiceleste prima, Colombia dopo, roja poi). Vinse 5 Coppe dei Campioni e 2 Palloni d'oro.


Uno zero a zero è come una domenica senza sole. Alfredo di Stefano così viveva, pensava e parlava del football. Ha regalato, al mondo, luce e stelle, sole e gol, la sua vita, lunga e di gloria, si è conclusa per una saetta, come lui era detto, che ha colpito il suo cuore argentino. Ha resistito il tempo di una speranza, l'ultima, come si deve a un campione unico non soltanto per il suo tempo.
Resta la storia di un calciatore, venuto dalla terra lontana, passato per mille prati verdi, sempre calciando, meglio dovrei dire accarezzando, un pallone, perché, diceva Di Stefano «segnare un gol è come fare l'amore, tutti lo sanno fare ma nessuno come lo so fare io».

Ha fatto all'amore dovunque, la saeta rubia del Real Madrid, la furia rossa della nazionale di Spagna, elegante e spietato, artista e guerriero, signore caduto dal cielo su un campo di football, più maturo, nell'aspetto degli anni suoi che, in verità, sembravano sempre freschi, osservandolo muoversi, quasi sollevato nell'aria del Chamartin. Da Baires se ne andò in Colombia ai Millionaros, le beghe di regolamento lo tennero fermo sul finire degli anni Quaranta, tra argentini e colombiani i rapporti erano impossibili, nel contenzioso si infilò il Barcellona, Di Stefano emigrò in Spagna, giocando tre amichevoli con i catalani, River e Millionaros fumavano dalle narici, spuntò anche il Real Madrid che fece scendere in campo Santiago Bernabeu, presidente maximo, la Fifa incaricò Ottorino Barassi per un compromesso, Di Stefano avrebbe giocato un anno a Madrid, un altro a Barcellona, poi di nuovo con le merengue, poi in Catalogna. La commedia si concluse e incominciò la leggenda.

Prima di don Alfredo il calcio era un'officina malinconica, la difesa, il centrocampo, l'attacco. Di Stefano portò la primavera, l'estate, l'autunno, l'inverno, il suo football fu universale, presenza, astuzia e forza assieme, la leggenda argentina, colombiana, spagnola, fu mondiale. Pelè era il violino, Di Stefano l'orchestra intera, lo disse Helenio Herrera che era mago di tattiche e di parole. Diego Maradona, “argentino” dopo di lui, nulla ha mai potuto dire contro il mito di Madrid, del River, del “mundo”.

Quando arrivò al Real, nel '53, il club delle merengues aveva conquistato due campionati in tutto, in epoca repubblicana; Di Stefano lasciò nel 1964 dopo aver regalato 10 titoli e cinque coppe dei campioni, segnando 307 gol in 403 partite, ottenendo 2 palloni d'oro e partecipando “fuori concorso”, perché “fuori classe”, a quello assegnato a Kopa. Il Real del colonnello Puskas, di Francisco Gento, il Real del caudillo Franco, il Real vestito di bianco, era il Real di Alfredo Di Stefano. Amava il tango di Gardel, frequentava l'ippodromo de La Zarzuela, lo eccitava la corsa dei cavalli.
Licenziato da Santiago Bernabeu, dopo la sconfitta di coppa europea con l'Inter, Di Stefano se ne andò a Barcellona ma all'Espanol, una dolorosissima sciatalgia lo costrinse al ritiro.
È tornato a essere il monumento della storia madridista, presidente onorario, uomo di sempre, campione di tutti, pontefice degli eroi passati dal Bernabeu, Hugo Sanchez, Netzer, Roberto Carlos, Figo, Ronaldo, Zidane, Beckham, Bale, fiammelle di candele al fianco del suo faro, anche se tutti con illustre araldica.

La sua è stata dura vecchiaia. Non usciva più nel giardino della sua dimora salutando il pallone di bronzo scuro, posato sull'erba, al quale dedicava sempre due parole: «Grazie, vecchio».
Cercava l'equilibrio, poggiandosi ad un bastone, il suo aspetto tronfio era ormai un'ombra di malinconia, lo sguardo furbo non aveva più la luce.
Alfredo Di Stefano ha avuto soltanto devoti di un tempo che non può essere cancellato. È la memoria del calcio, è la nostalgia di un gioco che nessuno può portarci via. Nemmeno la morte di un campione vero nei giorni del mondiale, che lui mai giocò, per un segnale maligno del destino. Oggi quel torneo ne deve celebrare la memoria.
Alfredo Di Stefano aveva ottantotto anni. Il suo silenzio ci accompagna verso altri sogni. Hasta siempre don Alfredo.