Le panchine schizofreniche di Conte, Pioli, Spalletti & C.

Uno ha nostalgia, l'altro da nuovo Mou a partente, il giallorosso sogna il posto di Allegri. E Di Francesco...

Ripete da giorni Luciano Spalletti: «Se non vinco, vado via». Aggiunge a mo' di clausola: «Se non resta Totti, vado via». Se qualcuno pensa che questa sia soltanto una questione romana, rifletta sul panorama che segue. Prendete Eusebio Di Francesco che non molto tempo fa si fece scappare una frase infelice sul Milan («Di Francesco non va dove c'è confusione») salvo pentirsene amaramente. Bene: l'allievo dichiarato di Zeman continua a far sapere che «devo discutere con la società» prima di decidere se restare o meno alla guida del Sassuolo. Poi si scopre che in occasione del viaggio a Firenze per un premio lo fotografano dalle parti dell'abitazione di Corvino, ds della Fiorentina, e qualcosa si intuisce. Se poi passate dalle parti di Vinovo, residenza lavorativa della Juve, sentirete Max Allegri mettere su il disco: «Vediamo dove arriviamo, poi mi siederò al tavolo con Marotta». Non è finita. Adesso persino a Londra, quartiere Chelsea, un tempo abitato dal ricco Abramovich, c'è chi prende tempo, come Antonio Conte nonostante la stagione gloriosa e la corsa verso il successo in Premier, inciampo di ieri a parte (1-2 nel derby col Crystal Palace, ko in casa dopo 13 successi di fila). A sfogliare un po' di giornali, specializzati e non, di casa nostra, capita anche di cogliere qualche clamoroso cambio di opinione sul conto di Stefano Pioli che viaggia a titoli alterni: una settimana è l'erede di Mou, una settimana (magari dopo la batosta domestica con la Roma) è solo di passaggio a San Siro.

Che succede alle panchine italiane? Schizofrenia all'italiana, verrebbe da dire. E invece forse c'è dell'altro. Molto altro. Oppure una voglia antica di cambiare aria dopo una stagione vissuta all'insegna di scossoni modesti, rarissimi le sostituzioni in panchina, record storico negativo, al netto di Zamparini e del suo Palermo che non fanno mai tendenza in tal senso. C'è il mercato, innanzitutto. Un tempo, i cronisti retrò, lo avrebbero presentato come il valzer delle panchine che comincia in aprile, il tempo delle sfide ripetute tra Napoli e Higuain, tra Juve e Barcellona e del closing del Milan, e si conclude in piena estate. Basta un divorzio annunciato ed ecco l'effetto domino: a Firenze la prima mossa con l'addio previsto e per fortuna mai smentito a Paulo Sousa. Chi al suo posto? Il colloquio (segreto) Corvino-Di Francesco è il primo indizio. Seguito dal secondo. Perché nei corridoi del Sassuolo si sente parlare di Roberto De Zerbi, passato pieno di lodi al Foggia in Lega-pro seguito dal flop palermitano. Se Spalletti continua a ripetere che è pronto a togliere le tende da Trigoria, una spiegazione ci dev'essere. Sul taccuino di Marotta, il suo nome è il primo della lista nel caso Allegri dovesse decidere di lasciare la Juve, seccato dai troppi e ripetuti attacchi di tifoseria e quotidiani d'area bianconera.

E ad Appiano perché continuano a tenere sulla graticola Pioli? Chi conosce la famiglia Zhang e le sue ambizioni, sa bene che l'azionista cinese ha in testa per il prossimo mercato solo numeri uno. E più numero uno di Antonio Conte in circolazione, disponibile a tornare a casa, in Italia insomma, per ricongiungersi alla famiglia, non c'è. Così alla fine tutto torna. E per gli aggiornamenti alla prossima puntata.

Commenti

ILpiciul

Dom, 02/04/2017 - 12:56

Che palle del calcio, l'ho praticato, l'ho seguito, ho aiutato le squadre di paese ma non se ne può più. Non si parla d'altro mentre altri sport parimenti importanti e forse più, sono a dir poco snobbati. Una pletora sconfinata di professionisti dei media in infiniti profluvi e programmi dedicati su mille canali. Non sarà mica che qualcuno vuole ciò per imbambolare le genti? A pensar male etc etc.