Papa Francesco: "Gli ultrà sono mercenari"

In un'intervista ad un quotidiano argentino, Bergoglio lancia la sua accusa al tifo organizzato. E porta come esempio le curve italiane

Papa Francesco, si sa, è un appassionato di calcio. Quando ancora si chiamava solo Jorge Mario Bergoglio era un grande tifoso del San Lorenzo, squadra argentina del quartiere Boedo di Buenos Aires: anni fa raccontava di non perdere una partita della squadra dlel cuore.

Sarà per questo che il Pontefice non si lascia sfuggire occasione per bacchettare quello che agli occhi di molti sembra essere un pianeta infestato dalla malavita. Truffe, calcioscommesse, miliardi che girano e il sempreverde problema dei tifosi violenti. Ieri il Papa in una intervista ad un quotidiano argentino è tornato sull'argomento ultrà, dando un duro colpo al tifo organizzato. Soprattutto a quello italiano. L'accusa è forte e non ammette repliche: "Gli ultrà non necessariamente lottano per il club, la maggioranza sono mercenari".

I mercenari sono quelli che, in battaglia, lottano per soldi, senza chiedersi quale sia il motivo che ha fato deflagrare il conflitto. Lo stesso fanno i tifosi, a parere di Bergoglio: si azzuffano, creano disordini, a volte ci scappa anche il morto. E il calcio, in tutto questo, non c'entra niente. Il motivo di queste lotte non è la squadra del cuore, sembra sostenere il Papa, ma il semplice desiderio di "menare le mani". E' questo che fa un mercenario-ultrà: invade lo stadio per arrivare allo scontro fisico e lottare per il semplice piacere di farlo.

Bergoglio ha preso come spunto le tifoserie italiane per commentare un fatto accaduto qualche giorno fa, quando quattro giocatori del River Plate sono stati aggrediti da un tifoso del Boca Juniors. "E' un peccato - ha detto il Papa - Sono fatti selvaggi di chi viene debordato dalla passione, oltre che dalla prepotenza... dall'incapacità di vivere in società. E' deplorevole che nel nostro paese esistano cose come le 'barras bravas' (ultrà, ndr), so che esistono anche in altri paesi: so che anche in Italia ci sono stati problemi tra gli ultrà".

Prepotenza, incapacità di vivere nella società e mercenari. A sentirlo sembrerebbe che il pallone abbia deluso il Santo padre. La memoria allora ritorna all'assassinio dell'ispettore capo di polizia Filippo Raciti durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio 2007 e ai fatti di Roma del maggio del 2014. Quando il napoletano Ciro Esposito perse la vita dopo uno scontro con i tifosi giallorossi. Uno scontro inutile, in cui il colore del tifo si mescola con moltri alti fattori esterni. Il giorno prima dell'agguato, Bergoglio aveva lanciato un appello ai calciatori ricevendo in Vaticano Napoli e Fiorentina, le finaliste di Coppa Italia: "Il calcio in Italia, come in Argentina e in altri Paesi, è un fatto sociale, e richiede una responsabilità sociale, da parte dei calciatori, sul campo e fuori dal campo, e da parte dei dirigenti nazionali e locali". "Oggi anche il calcio - aveva continuato - si muove in un grande giro di affari, per la pubblicità, le televisioni, eccetera. Il fattore economico non deve prevalere su quello sportivo, perché rischia di inquinare tutto, sia a livello internazionale e nazionale sia a livello locale". Ma in mente il Papa aveva soprattutto i tifosi, che troppo spesso fanno spostare l'attenzione mediatica dal campo agli spalti.

Aveva espresso un desiderio finale: "Vorrei augurare che il calcio e ogni altro sport molto popolare recuperi la dimensione della festa". Un anno dopo, la presa d'atto che - purtroppo - la strada da percorrere è ancora molta. Un percorso che ha ancora un'ostacolo insormontabile: i "mercenari" che guidano le curve.