Phelps, l'eroe imperfetto che ha scritto la storia

A 31 anni due ori in un'ora: sono 21 in carriera Amato anche per i suoi errori e le sue debolezze

Benny casadei Lucchi

nostro inviato a Rio de Janeiro

Il perfetto imperfetto ha conquistato il mondo. Con le vittorie. Di cui il mondo però sa tutto. Con le inesattezze della propria vita. Che il mondo ha imparato ad amare. Michael Phelps piace per questo. Non c'è campione più campione di lui. Non lo è Cristiano Ronaldo bello e inaccessibile e con la faccia da fortunato a vita che lo allontana da noi. Non lo è Roger Federer che deve essere una pasta d'uomo il ragazzo, però un po' noioso, non certo un esempio, un modello. A lui al massimo ci si affeziona, niente di più. Non lo è Tiger Woods che in certi atteggiamenti sgangherati non pare imperfetto, semmai un po' scemo. E non lo è Usain Bolt che forse corre troppo velocemente per poterne afferrare l'anima. L'essenza.

È invece l'imperfezione a rendere tale Phelps. Perché l'imperfezione è un freno che blocca e consente agli altri di guardare dentro. Nella notte magicamente surreale dell'Aquatic Stadium di Rio non era l'America sventolante stelle e strisce a rendergli omaggio. Era il mondo. Quel mondo fatto di imperfetti e campioncini della vita quotidiana che volevano vedere da vicino l'atleta perfetto e l'uomo imperfetto a cui affidano le proprie fantasie appassionate e i sogni di rivalsa, di resurrezione, di successo o più semplicemente di una vita perfettamente normale nell'imperfezione.

E lui li ha accontentati tutti. In vasca. Vincendo due ori in nemmeno un'ora. Il primo, il più desiderato, carico di extra valori com'era, nei 200 farfalla. Per di più davanti a Chad Le Clos, il sudafricano che a Londra l'aveva beffato. E afferrando quello nazionalpopolare che in tempo elettorale negli States piace e conta più di tutto: l'oro nella staffetta 4x200. Fanno 21 in carriera. Fanno tre qui a Rio, dopo il primo nella 4x100 stile già messo in bacheca.

Poi, come aveva frenato nella vita, lasciando che gli altri guardassero dentro alle sue imperfezioni, Phelps ha frenato nello stadio. Per farsi guardare dentro. A costo di arrivare tardi alla staffetta. Mentre tutto attorno erano urla, applausi, battito di piedi solo per lui, Mick ha scartato verso destra prima di rientrare nella camera di chiamata ed è andato dal suo piccolo, Boomer Robert, e da sua moglie Nicole. Che gli ha passato il frugoletto di 5 mesi. E allora sì che lo stadio è crollato. In fondo cosa c'è di più imperfetto di un padre abbandonato dal padre che abbraccia il proprio figlio? Un padre imperfetto perché emozionato. Imperfetto perché maldestro nel prenderlo in braccio, imperfetto perché frettoloso, imperfetto perché deve gettarsi di nuovo in vasca, perché l'antidoping non aspetta, perché il cerimoniale è stupido e rigido e non consente certe divagazioni.

Sarebbe banale dire adesso che negli applausi caldi ed avvolgenti della serata carioca non ci fosse più traccia degli spinelli e delle foto del giovane campione che fuma cannabis e del ricco atleta confuso dalla vita fermato e arrestato a fine 2014 per aver guidato in stato di ebbrezza. Così come sarebbe un inutile esercizio di buoni sentimenti sostenere che il pubblico abbia dimenticato l'uomo umiliato che un giorno disse «il nuoto è tutto per me, ora devo fare il possibile per concentrarmi su me stesso e imparare a vivere meglio». O quell'anima turbata che poco dopo decise di farsi ricoverare in clinica per disintossicarsi dall'alcol.

Invece vero il contrario. Nessuno ha dimenticato. Ed è questa la medaglia d'oro più pesante conquistata da Michael nella vita. Tutti sanno che stava seduto sul trono e non ne è ridisceso, semplicemente e brutalmente è precipitato. Come dopo i Giochi del 2012 quando aveva annunciato il ritiro, quando aveva detto cose grosse e imperfette e «che non voleva più nuotare», che «aveva pianificato il ritiro prima dei trent'anni e così sarebbe stato». Bugiardo. Ha 31 Phelps, qui, ora, adesso, a Rio. Qui, ora, adesso mentre il giorno dopo la magica serata rientra in vasca e tutto si riaccende e ripete alla stessa maniera. Batteria dei 200 misti, cuffietta bianca e blu da capitan America, lo stadio che crolla, lui che si tuffa e vince. Tutto molto semplice. Tutto perfetto. Ma è l'imperfetto che conquista. Anche a parole. «Ho speso la mia vita ritenendomi una specie di robot... Ma adesso che mi guardo solo come un essere umano, adesso la mia vita è finalmente cambiata».