«Più difficile tirare con tutto quel pubblico che centrare il 10 finale»

Non servono i muscoli per essere dei duri. Semmai la pancetta. Che aiuta ad essere dei duri con i piedi per terra nella vita. E con le gambe fisse al suolo come fondamenta di un sogno da realizzare. Non servono i muscoli. Basta la testa. E non importa se visibilmente stempiata che ti fa sembrare più vecchio dei tuoi 36 anni anche se sei davvero il più vecchio nel magico trio dei Robin Hood d'oro d'Italia. Per essere dei duri non servono solo occhio fermo per mirare, mani ferme per non sbagliare, polsi fermi per non tremare. Servono idee chiare, a costo di scelte dolorose che però sono alla base di una vita vera.
Michele Frangilli, il vecchio fra Nespoli e Galiazzo, è un duro così. Un uomo così. Provate a immaginare. Questo ragazzone di Gallarate «che ci vivo ancora, mica sono andato via» dice, dopo 17 anni da quella prima volta sul podio di Atlanta, quando si è trovato ad aprire la saga degli arcieri olimpici d'Italia con un bronzo storico, ha acchiappato ancora un argento a squadre a Sydney e poi, fra i cinque cerchi, è praticamente sparito. Ad Atene perché andò male, non aveva testa, «mia mamma, che non c'è più, già non stava bene»; a Pechino «perché ad un certo punto devi pensare anche alla vita vera, quella normale» confida il duro del varesotto con pancetta e stempiatura e mira infallibile che ti acchiappa la mela in testa da 70 metri se solo gli vien voglia. «A gennaio del 2008 c'erano invece le gare valide per i punteggi di qualificazione, ma dovevo sposarmi a dicembre, era un momento troppo importante, tutti i preparativi... ho dovuto scegliere. Alla fine non sono riuscito a seguire la programmazione di gare decisa della Federazione. Ci ho rimesso. Ho saltato un'Olimpiade, però non importa. Va bene così. L'ho ripresa adesso. E comunque certe cose della vita vengono prima. Sempre».
L'Italia, non è una colpa, è normale, scopre gli eroi della porta accanto ogni quattro anni. L'Italia ha scoperto l'altro giorno un uomo con pancetta e pochi capelli che sapeva perfettamente di avere nel suo arco la freccia dell'oro, che doveva fare dieci e… dieci ha fatto perché vietato sbagliare. «È un peso grande, è vero, ma non credo sia diverso da quello sulle spalle dei poliziotti, dei chirurghi, di gente, ce lo dimentichiamo troppo spesso, che fa lavori da cui, se sbagli, non si torna indietro. E lo fa tutti i giorni, non alle Olimpiadi».
Gli eroi della porta accanto sono così: in fondo non riescono a indossare completamente quei panni. Infatti Michele prima parla degli altri eroi, della gente che popola la vita di tutti i giorni, e poi, quando dovrebbe dirti «guarda che ci vogliono due zebedei grandi così per fare quello che ho fatto io», smonta tutto dichiarando serenamente «massì, è vero, non potevo sbagliare però potevo anche fare nove e avremmo comunque vinto agli spareggi». Come se fare nove da 70 metri fosse una cosetta. «Per la verità, a queste gare siamo abituati, ci sono avversari che conosciamo da sempre, penso a uno degli americani, uno con cui vado pure a caccia insieme, un amico insomma. Semmai, il vero peso che ho sentito sulle spalle è un altro … - e abbassa la voce quasi stesse per dire qualcosa che non si può -. La verità è che noi non siamo abituati a gareggiare con tanto pubblico, al massimo ci sono le famiglie e altri atleti… Ecco, il pubblico attorno, questo sì che è stato un… peso». Meraviglioso eroe della porta accanto.
BCLuc