Pjanic, Pirlo e pennellate Lo scudetto ai loro piedi

Undici anni di differenza, ma stessa eleganza e vocazione da uomo squadra Il bosniaco cresciuto alla scuola di Juninho e Totti, Andrea a quella di Baggio

Undici anni dividono Pjanic da Pirlo. Ma il loro senso del football è contemporaneo, l'arte di calciare il pallone, la sensibilità del piede, l'eleganza del gesto tecnico, il dribbling, il passaggio, il tiro, li rende uguali tra loro e, insieme, diversi dal resto della comitiva di gregari e cosiddetti universali.

Il calcio del muscolo viene smentito dagli artisti del fosforo, la genialità di una giocata, su una punizione, un lancio, un'apertura immediata, imprevista, fanno parte di un repertorio classico, storico che alcuni allenatori hanno cercato e ancora cercano di limitare o soffocare.

Pirlo e Pjanic resistono al tentativo di omologazione, Juventus e Roma, Italia e Bosnia devono rendere grazie al contributo di due fenomeni di epoche distanti e di modernità assoluta. Miralem Pjanic viene da Tuzla, città del sale come è sale, saggio, intelligente il football di questo ragazzo scappato dalla sua terra per la guerra, le bombe, i morti, la fame ed emigrato prima in Lussemburgo e poi in Francia. Qui stava all'ombra di un altro fenomeno, Juninho Pernambucano che è stato il suo maestro nel modo e nella potenza di calciare le punizioni. A Roma percorre lo stesso viale dietro la quercia maestosa di Francesco Totti, maestro di traiettorie e di funambolici tocchi. A ventiquattro anni è destinato a diventare un assoluto attore dei teatri europei, frenato soltanto dalla dimensione della sua nazionale, come era capitato a Shevchenko, a George Best e, in maniera diversa, a Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo.

Andrea Pirlo vive sempre una nuova vita, da Brescia all'Inter, al Milan, alla Juventus, dato per disperso, smarrito, involuto, inadatto, infortunato, era ed è lui l'uomo che accende l'azione, che a questa garantisce l'idea, l'imprevedibilità. A trentacinque anni ha lo stesso passo silenzioso e presente di quando, a sedici debuttava in A, a ventuno studiava le lezioni sui libri di testo di Roberto Baggio suo compagno in quel Brescia allenato da Mazzone. Baggio e Pirlo, un football senza esasperazioni, senza lamenti e isterie. Il football dei bambini giocato dai grandi, da grandi.

E' lui a inventarsi la "maledetta" (dal portiere avversario) e benedetta dai sodali suoi, il colpo di collo-interno destro che assume una traiettoria impossibile, maligna, un drone che pochissimi portieri riescono a individuare, acciuffare, deviare.

Dalla foglia morta di Mario Corso, alla stangata di Rivelino, alla carezza di Platini, al morso della tarantola di Maradona, dal tiro potente di Juninho a quello stratosferico di Adriano, a quello bionico di Roberto Carlos e di Cristiano Ronaldo, il calcio di punizione è sempre stato spettacolo dentro lo spettacolo, un momento di suspense, di tensione e di attenzione, una barriera a dividere il progetto dall'attesa, la concentrazione, la postura, il silenzio della folla, poi il colpo, secco, Pirlo e Pjanic sanno fare questo e altro, come dimostrato ieri, in due occasioni, gol in corsa, rapidi, rapaci, velenosi e vincenti.

Di che altro hanno bisogno i tifosi? Di che altro ha bisogno questo gioco? Il popolo si esalta e si scalda non certo per un quattroquattrodue, per la densità o per la diagonale, semmai cerca il colpo di teatro, la giocata di stile e di classe, gioca ancora con le figurine, ricorda Eusebio e Di Stefano, pensa a Rivera e a Mazzola, trema per la salute di Pelè. Sono questi i signori del football.

Pirlo e Pjanic possono avere rivali, mai nemici.

Il pubblico li applaude dovunque, specie all'estero, come si deve agli artisti veri che non hanno maglia, non hanno bandiera.

Grazie a loro il calcio resta una storia che non ha mai una fine sicura.