Ponzio Pallotta e il Beckham de noantri

Tony DamascelliRoma ha due papi. Roma non ha un sindaco. Roma non ha più popolo che riempia l'Olimpico. Roma ha il derby. Roma non avrà più Francesco Totti, atto ultimo della prima partita della capitale. Storia cancellata dalla cronaca, passano gli anni ma quelli del campione non hanno nulla a che fare con il tempo degli umani. Non esistono romanisti ma tottisti, dunque è la svolta di un'epoca unica e, posso immaginare, irripetibile. Totti è la Roma e la Roma è Totti, tutto il resto è confusione giallorossa, con un bostoniano presidente che tutto sa del football americano, della pallacanestro e del baseball ma ignora davvero cosa sia una partita di pallone che a Roma è poi la partita, anche se Zeman, prima, Spalletti ieri, tentano di ridurre tutto al semplice e stucchevole: vale come un'altra. E no, per niente affatto. Il derby è una cosa sola e Totti ancora di più ma ormai non c'è spazio per la nostalgia e, aggiungerei, il rispetto e la riconoscenza. Dice: ma Totti ha 40 anni, in allenamento non corre come gli altri, dunque si faccia da parte. Ma Totti risulta essere ancora a libro paga della Roma, società quotata in Borsa, dunque ci sono obblighi nei confronti degli azionisti. Totti è un patrimonio decadente ma non decaduto, Totti non deve correre ma far correre la palla, gli altri facciano i postini, Totti ha il tocco che lo distingue, è immagine, attore bravo negli spot, è il Beckham de noantri, moglie bellissima, figli pure, la sua gloria eterna, come la città, può provocare allergie a chi vive oltre le mura, perché Totti che ha vinto? Il mondiale, dico io, lo scudetto, qualche trofeo, poco in verità rispetto al talento. Ma lui ha preferito l'ozio capitale al denaro e ai trofei che sicuramente avrebbe conquistato altrove, non soltanto in Italia. Ha vissuto benissimo ma sta concludendo malissimo. Ha commesso un errore, quell'intervista rilasciata alla Rai in cui chiedeva spiegazioni e rimproverava Spalletti, gli ha bruciato la corona di alloro. I massimi dirigenti non lo hanno perdonato, il calcio moderno non vive di cimeli e memorabilia. Totti, come Del Piero e Maldini, viene accompagnato all'uscita ma nel modo peggiore, quasi ambiguo, sicuramente opaco. Metterlo in panchina può avere una giustificazione tecnica, forse tattica ma questa Roma ha ancora bisogno di Totti e, se volete proprio che la dica tutta, ne avrebbe bisogno anche la nazionale di Conte che cerca fosforo in mezzo a troppi impiegati del pallone. Un paradosso? No, è il calcio, là dove conta l'orchestra ma se non hai un solista finisci di fare la figura di una banda di suonatori di paese, la festa resta di quartiere. Il derby diventa un evento a parte, marginale, mille uomini al controllo, metal detector, questo è il calcio che piace agli ultras e a chi non riesce a disciplinarli. Totti supera questi ostacoli, la sua ombra si aggira sull'Olimpico e sul capo pelato di Spalletti. La società non chiarisce, Ponzio Pallotta si lava le mani, smentisce voci ma aggiunge la sua, i suoi dirigenti sembrano dipendenti in senso vero e riduttivo. È l'ultimo derby ma la partita continua. Con un solo vincitore.