Potere della Premier Il maldestro Ranieri trasformato in volpe

Era stato accolto - 11 anni dopo - con quell'inconfondibile sarcasmo inglese. "Ranieri, davvero?", il tweet di Gary Lineker, ex centravanti dei Tre Leoni, oggi opinionista Bbc

Era stato accolto - 11 anni dopo - con quell'inconfondibile sarcasmo inglese. «Ranieri, davvero?», il tweet di Gary Lineker, ex centravanti dei Tre Leoni, oggi opinionista Bbc. Altri non gli erano stati da meno. «Un enorme azzardo». «Una scelta poco felice». Da quel giorno di metà luglio sono trascorsi meno di quattro mesi ma sembra un'era glaciale. Potere dei risultati. Quelli che hanno portato il Leicester di Claudio Ranieri ai piani nobili della Premier League. Numeri da vertigini: le Foxes sono terze, ad un solo punto da colossi come Manchester City e Arsenal. Per una notte (complice un calendario che crede nelle favole), addirittura prime in solitaria. Più che una rivincita, una sonorissima pernacchia a tutti quei soloni, moltissimi!, che lo riteneva a 64 anni ormai bollito, non più degno di una panchina nel campionato più ricco al mondo. Era reduce dalla figuraccia con la Grecia, culminata con l'umiliazione contro le Fær Øer. Ma la diffidenza britannica aveva origini più antiche. Risalente ai tempi in cui Ranieri guidava il Chelsea. Piaceva il suo aplomb, i modi sempre impeccabili, l'innato fair-play. Nell'ultima stagione a Londra però gli avevano affibbiato due soprannomi insolenti. Prima Tinkerman, ovvero l'aggiustatutto, o il maldestro. Per via dei continui cambi di modulo, anche durante le partite, che - a detta di una stampa reazionaria qual è quella inglese quando di mezzo c'è il football - finivano per mandare in confusione i giocatori. Poi dead man walking, il morto che cammina. Roman Abramovich, era la primavera 2004, aveva ormai sancito la sua defenestrazione a favore di José Mourinho, che negli anni successivi non avrebbe perso occasione per denigrare il lavoro del suo predecessore. Con quell'arroganza strafottente che sulle sponde del Tamigi ha fatto proseliti. Dunque, Ranieri davvero? Sì, davvero. Mentre quattro sue ex squadre comandano la Serie A, lui si gode quest'autunno mai così soleggiato nelle East Midlands. Secco di piogge, e di sconfitte: una sola dopo 12 giornate. Con una squadra che vale un quarto delle sue dirimpettaie, e nel suo palmares può contare solo due Coppe di Lega. Costruita per bissare la salvezza raggiunta l'anno scorso, quando era risalita nella massima divisione inglese dopo un'assenza lunga un decennio. Più o meno lo stesso tempo trascorso dall'esonero di Ranieri al Chelsea. È vero che il Leicester aveva chiuso in crescendo l'ultima stagione con Nigel Pearson, poi licenziato per una storiaccia a sfondo razzista che aveva avuto tra i protagonisti anche suo figlio. Ma l'impronta di Ranieri c'è, e si vede. Bravo ad entrare in punta di piedi in uno spogliatoio fedele all'ex manager, pazientando prima di stravolgere non solo l'impianto tattico ma anche le metodologie di allenamento. Ranieri ha portato al King Power stadium il suo bagaglio di esperienze, collezionato in 29 anni di carriera, attraverso cinque diverse nazioni. Spirito britannico in una squadra tatticamente impeccabile (quindi molto italiana). Che ha in Jamie Vardy la sua inattesa stellina: 12 gol in altrettante partite, 9 reti di fila. Gliene manca una per eguagliare il record di un certo Ruud van Nistelrooy. Il rischio che a gennaio gli smobilitino la squadra c'è, ma Ranieri non si scompone: da vecchia volpe quale è, sa già come tirar fuori il meglio dalle sue Foxes.