“The Program”, non soltanto una storia su Lance Armstrong

Il libro di Walsh “The Program”, uscito in italiano ad ottobre in contemporanea all’omonimo film di Stephen Frears, va a compendiare un lavoro di inchiesta lunghissimo

A volte l’orrore è rappresentato dal rumore di pasticche dondolanti in un tubetto di plastica. Quelle nella tasca di Sean Kelly alla partenza della Parigi-Bruxelles del 1984. All’epoca David Walsh è un giovane giornalista innamorato pazzo delle due ruote e tifoso accanito di quello che all’epoca è uno dei migliori ciclisti in circolazione. Poi c’è quel ticchettio. Lo sentono in due, in compagnia di Walsh c’è l’amico Paul Kimmage, allora ciclista, poi giornalista e autore del discusso “Rough Ride”, un racconto senza filtri della sua esperienza nel mondo del ciclismo professionista. Entrambi si rendono conto che quel rumore è sbagliato, non dovrebbe esserci, non fa parte del copione. Alla sera, Kelly, giunto terzo in quella corsa, sarà dichiarato positivo al controllo delle urine. Quando scriverà il libro su di lui, Walsh derubricherà il fatto a un banale errore di percorso del suo idolo. Però, col trascorrere delle stagioni, delle corse e dei corridori, si può dire che nasce da qui, da un fatto in apparenza trascurabile, il domino che porterà Walsh a ricercare, scavare, approfondire la verità dietro una delle truffe sportive più grandi della storia dello sport, appunto quella di Lance Armstrong. C’è una ragione se il reporter irlandese parte così da lontano nell’introdurre le vicende della sua inchiesta, perché per spingersi tanto in profondità nello scandagliare i mali di uno sport intrinsecamente stupendo e svelarne i vergognosi retroscena, serve prima di tutto avere dei dubbi. Sapere dentro di sé che non tutto è bello e scintillante come sembra. Nel 1984 Walsh ha occhi e mente solo per il lato squisitamente agonistico delle due ruote; i duelli all’ultimo scatto, il coraggio e la grinta nell’affrontare le fatiche delle corse, le altisonanti vittorie. Nel 1999, l’esperienza gli ha ormai insegnato che c’è un lato nascosto, che qualcosa non torna quando i risultati sportivi mutano così drasticamente come nel caso di Armstrong, che c’è del marcio dietro una facciata splendida e favolistica come la parabola di resurrezione del texano, avviato a vincere il suo primo Tour de France.

Il libro di Walsh “The Program” – l’edizione originale è del 2012 - uscito in italiano ad ottobre in contemporanea all’omonimo film di Stephen Frears, va a compendiare un lavoro di inchiesta lunghissimo, di cui la prima tappa è stato “L.A. Confidentiel”, scritto assieme a Pierre Ballester, uscito nel 2004, dove il personaggio principale è ovviamente l’ex vincitore di di sette Tour de France. Le testimonianze e i risultati dei laboratori sui valori ematici di Armstrong raccolti in “L.A. Confidentiel” avrebbero dovuto condurre a una presa di posizione forte da parte delle istituzioni ciclistiche internazionali e dell’opinione pubblica. Ciò non avvenne, perché era più facile cavalcare l’entusiasmo per la storia esemplare che verificare se essa fosse davvero limpida e pulita. Infatti, ancora più importante della vicenda in sé, è l’analisi che viene fatta di tutto il sistema di pensiero che rende possibile un’anomalia del genere. Processi mentali tranquillamente trasferibili a mille altri ambiti, dello sport e della vita in generale. Ci sono quindi due piani interpretativi possibili per un libro come “The Program”. Il primo, più specifico alla vicenda narrata, prende in considerazione il minuzioso lavoro di ricerca compiuto dall’autore, la tenacia che lo ha portato ad andare avanti nell’indagine nonostante l’ostilità della maggior parte dei suoi colleghi, delle istituzioni ciclistiche, sotto la costante minaccia di Armstrong e del suo entourage. Sotto il profilo eminentemente giornalistico, quello di Walsh è il mirabile percorso di un uomo che intende scovare la verità a tutti i costi, non accontentandosi delle versioni ufficiali, mettendo in dubbio qualsiasi elemento fosse in contrasto con la logica e l’evidenza. Interessante osservare il modo in cui Walsh arriva a congiungere tutti i punti di un disegno fittissimo, quando all’inizio ha in mano solo pochi sospetti ricavati dalla semplice comparazione dei risulati pre- e post-cancro di Armstrong. Poi, poco per volta, entrando nelle crepe del sistema-Armstrong, per molti versi simile a quello di una cupola mafiosa, riesce nell’intento di far luce sui mostruosi meccanismi dietro i trionfi sportivi. Scoprendo quanto possa essere ampia, pervasiva e preparata la macchina del doping e quanta perversione si annidi nel desiderio di vittoria, quando esso non prevede il rispetto di alcun vincolo morale. Una grande lezione impartita dal volume è che bastano pochi dissidenti, anche nell’esercito più convinto e fanatico, per provocare crolli immani. Betsy Andreu, moglie dell’ex compagno di squadra di Armstrong Frankie Andreu, l’ex massaggiatrice della Us Postal Emma O’Reilly, il primo campione statunitense delle due ruote Greg LeMond, diventano variabili impazzite all’interno di una struttura devota al grande capo e rigorosa nel perseguire i suoi scopi.

Se dentro il sistema qualcuno sa opporsi, ha il coraggio di uscire allo scoperto e ribellarsi, e se all’esterno trova ascolto, comprensione e un aiuto a svelare colpe innominabili, tutto diventa possibile. A quel punto, anche la fortuna dà una mano, da vicende collaterali – la richiesta di risarcimento di una compagnia assicurativa, la squalifica di Floyd Landis dopo l’affermazione al Tour 2006 - ecco che, secondo una consequenzialità simile a quella del mitizzato battito di farfalla che causa una tempesta dall’altra parte del pianeta, personaggi e fatti apparentemente lontanissimi danno la spinta decisiva a far crollare il mito-Armstrong. Fino alla sua caduta nella polvere. Il ritmo narrativo permette di comprendere appieno ogni particolare senza cadere in tecnicismi che poco potrebbero interessare il lettore, la mole di testimonianze orali e prove documentali viene indirizzata in un racconto che prende come un appassionante romanzo di trionfo e catastrofe, mettendo in luce non solo le capacità di Walsh nel condurre dell’alto giornalismo d’inchiesta, ma anche le sue doti di narratore, che l’hanno portato negli anni ad essere ghostwriter di numerosi personaggi dello sport e della vita pubblica britannica. La seconda chiave di lettura, più psicologica e umana, quella che abbiamo imparato a conoscere da quando la parola doping è entrata prepotentemente nel linguaggio quotidiano, uscendo anche dai confini dello sport per essere assimilato quale concetto universale nell’indicare un’alterazione dei normali valori di una competizione, è quella che rappresenta l’essere umano in generale quale un soggetto troppo desideroso di ammirare il re vestito anche quando è evidentemente e squallidamente nudo ai suoi occhi. Il voler credere alle fiabe, il rifiuto ad intaccare storie apparentemente bellissime, di impareggiabile valore morale, di riscatto, ascesi da un destino segnato, è troppo radicato nella coscienza collettiva per essere intaccato da dubbi e domande scomode, per quanto esse possano essere legittime. Walsh si sofferma molto nel descrivere la solitudine in cui si è trovato a lavorare, guardato male dai colleghi, considerato un uomo “malato di cancro nell’anima”, come lo definì lo stesso Armstrong quando cominciò a percepire i pericoli delle indagini di quest’ostinato giornalista.

L’atrocità dell’affaire-Armstrong è quella di aver illuso, polarizzato attenzioni immeritate, l’aver giocato sulla vicenda di sopravvissuto a una terribile malattia omettendo tutti i dettagli negativi. Leggendo le opinioni sulla squalifica retroattiva di Armstrong, le cui vittorie al tour sono state ufficialmente cancellate il 22 ottobre 2012, da parte dei suoi accusatori o di altri personaggi coinvolti nella vicenda a vario titolo, non traspare alcuna gioia per quest’esito. Rimane una vittoria triste, perché il regno del tiranno si è comunque compiuto e ha condizionato pesantemente le vite di molte, troppe persone. “The Program” dovrebbe fungere da monito a tenere gli occhi aperti, a non lasciare che le facili suggestioni ci condizionino nel giudizio di un evento o di un personaggio; come faceva John Walsh, il figlio del giornalista morto in un incidente in bici all’età di 12 anni, è necessario fare le domande giuste, anche quelle apparentemente più banali, ed insistere per avere una risposta. Quando manca, è il caso di preoccuparsi.