Quando Milano trasformò l'antipatico Federer

Quel giorno a Milano c'era un ragazzotto che disputava la prima vera finale della sua vita di tennista: vestito di rosso con una maglietta troppo adulta per il suo giovane corpo e con una bandana ribelle in testa.

Quel giorno esisteva ancora il Palalido e lì dentro ci si giocava il futuro: in finale Roger Federer incontrava Julien Boutter, che chissà mai dove poi è andato a finire.

Quel giorno arrivava dopo una settimana in cui la gente riempiva il palazzo per vedere per dire - Livraghi-Charpentier. Perché importava andare a caccia dell'ennesimo nuovo Panatta.

Quel giorno qualcuno vide giocare Federer per la prima volta, e a chi lo aveva definito il nuovo Pete Sampras venne detto che uno che tirava la palla sempre così vicino alle righe - e spesso fuori - non sarebbe mai andato da nessuna parte.

Quel giorno ci fu anche chi si spinse un po' più in là: «Ma questo se arriva nei primi trenta è già tanto. E poi è svizzero...».

Quel giorno mamma Lynette aspettava la notizia: tempo prima a Roger aveva detto che non avrebbe più rivisto la racchetta se non avesse cambiato atteggiamento. E probabilmente non si aspettava che tutto avvenisse così in fretta.

Quel giorno Roger tra un cambio di campo e l'altro probabilmente ricordava il viaggio in macchina dopo un torneo in cui aveva spaccato racchette in serie. E quando mamma e papà stettero tutto il tempo in silenzio per farlo sentire ancora più in colpa.

Quel giorno Milano andava di corsa anche se era domenica. E poi c'era il Milan contro la Reggina poco più in là. E l'Inter che doveva farsi perdonare la notte brava di alcuni suoi giocatori. C'era da vincere a Bologna, quello contava.

Quel giorno comunque il Palalido alla fine si era un po' riempito, in fondo era sempre una finale.

Quel giorno Roger Federer, con quegli strani pantaloncini un po' larghi, cominciò a piacere alla gente. Perché in fondo ste palline mica finivano tutte fuori.

Quel giorno alla fine il tabellone segnò 6-4, 6-7, 6-4 e Roger gettò le braccia al cielo in maniera un po' impacciata: aveva solo 19 anni, mica sapeva ancora bene come si esultava vincendo un torneo dei grandi.

Quel giorno Federer sollevò il suo primo trofeo da professionista e pensava che non sarebbe stato male vincere almeno una volta Wimbledon. Forse poteva farcela.

Quel giorno Lea Pericoli, che lo premiò, gli disse «ti auguro un radioso futuro».

Quel giorno era il 4 febbraio 2001, c'erano ancora le Torri Gemelle, Mirka Vavrinec era una ragazza che aveva appena conosciuto alle Olimpiadi di Sydney, Pete Sampras un mito quasi irraggiungibile, il tennis un divertimento. Soprattutto ora che aveva imparato a controllarsi.

Quel giorno soprattutto Milano scoprì un Re, per fortuna nostra. E quasi senza saperlo. Perché in fondo, ancora, non lo sapeva neppure Federer.