Quando Moser fece la rivoluzione in una sola ora

Una rimpatriata alla buona nel suo maso sopra Trento, con quelli che allora c'erano e lo spingevano verso l'impossibile: così Francesco Moser, capello brizzolato e rughe di saggezza, festeggerà trent'anni dopo. In realtà il ricordo supera prepotentemente i confini di questo convivio montanaro. Quel record non fu un record: fu "il" record.
Pedalando freneticamente come un criceto dentro l'anello di Città del Messico, quel giorno Moser cambiò di molto la storia dello sport. Lo prelevò dalla sua età arcaica e casereccia, lo depositò direttamente nell'era moderna. Al suo fianco, con il fascino di tutte le novità, la scienza. La scienza del professor Conconi, con i suoi test e le sue teorie di allenamento, la scienza di Enervit, con il suo patrimonio in tema di alimentazione e stili di vita, la scienza dell'altura, con i suoi vantaggi più potenti di qualunque doping.
Quest'ultima parola, doping, viene di frequente abbinata a quel record. Raccontano in molti che proprio lì comincia la stagione dello sport di laboratorio, ma non è esatto. Lì se mai si apre la porta della curiosità, quella morbosa e perversa curiosità di vedere fino a che punto l'aiuto della scienza, con la sua affascinante branca farmacologica, può migliorare un atleta. Ma la degenerazione arriva dopo, non è colpa del record di Moser. Sarebbe come dire che gli orrori delle rivoluzioni sono figli dell'illuminismo, cioè una stupidaggine storica, perché il secolo dei lumi non ordina a nessuno di tagliare teste.
E comunque: Moser lavorò molto, a lungo, duramente, per spostare in là i propri limiti. Altro che facile cavalcata nella chimica. Lavorò e faticò come soltanto lui, il fachiro delle tre Roubaix, sa lavorare e faticare. Il "come volevasi dimostrare" del risultato finale portò alla ribalta il nuovo teorema, suo e di Conconi: nessun record è negato, nessun limite è invalicabile, ma occorre una rigidissima preparazione, che non lasci niente al caso, neppure il più banale dettaglio.
Lo sport, dopo quel giorno, prese per buono il teorema e lo elesse a dogma. Persino discipline fondate sull'estro e sulla tecnica si convertirono alla rigorosa religione della preparazione fisica, calcio compreso (qualcuno ora dice pure troppo). Albeggiava il nuovo mito dell'Atleta.
Tutto cominciò con Moser. Purtroppo, si può dire che da Moser cominciò anche a finire la gloria di questa prova, sino a quel punto tradizione luminosa del ciclismo. Da Coppi a Merckx, tutti i grandissimi sapevano che ad un certo punto bisognava completare la propria collezione e il proprio prestigio superando almeno di qualche metro quel preciso record, infernale e feroce, dell'ora alla massima velocità. Dopo Moser, anche per via del teorema dimostrato (scienza e tecnica determinanti), il record iniziò a trasformarsi in un' altra cosa: da sfida sportiva a una specie di esibizione circense, con varianti a dir poco folkloristiche, fino alla famosa bici-lavatrice dell'eccentrico Obree. Ad un certo punto fu difficile distinguere quanta fosse evoluzione tecnica e quanta puerile ricerca di pubblicità.
Ma questa, in fondo, è tutta un'altra storia. La fine della storia. Oggigiorno, ormai, nessuno pensa più di provarci: il calendario troppo pieno, l'eccessiva specializzazione richiesta, lo sforzo immane, lo stesso cambiamento dei gusti popolari, tutto quanto assieme ha finito per cancellare il record dell'ora dai sogni dei campioni. Fa bene Moser a brindare e a tenersi stretta quella memorabile giornata: da allora, mai più una giornata così bella.