«Quando alla Roubaix il cannibale ero io...»

Domani si corre la regina delle classiche. «Vorrei ci fosse Nibali»

Pier Augusto Stagi

Quando nel 1966 vinse la Parigi-Roubaix furono in molti a ipotizzare che ci si trovasse davanti a un nuovo cannibale, prima dell'avvento di Eddy Merckx. Felice Gimondi era al suo secondo anno da professionista, ma il mondo aveva già imparato a conoscerlo: al suo primo anno da professionista primo al Tour, terzo al Giro. Vinceva dappertutto e contro tutti quel ragazzotto di Sedrina, lungagnone che sorrideva di rado ma pedalava come nessuno. Forte su tutti i terreni, anche su quelli più aspri e dissestati di una classica estrema come la Roubaix, «la regina» delle classiche. Gimondi pedalava veloce come un Merckx di cui non si conosceva ancora l'esistenza, fin quando il mondo lo conobbe e anche Felice finì di esserlo.

«All'inizio pensavo che fosse tutto facile, tre anni di dominio assoluto racconta oggi Gimondi, 74 anni a settembre, uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi -. Poi, un bel giorno, ecco arrivare prepotente Eddy Merckx, e per me che ero considerato il più forte di tutti non è stato né semplice né tantomeno facile rivedere le mie ambizioni. Da inseguito ho dovuto rigenerarmi in inseguitore. Da attaccante a indomabile combattente».

Ma in quella Roubaix del'66 non ci fu storia Una vittoria netta e senza appello, alla sua seconda partecipazione. «Cosa mi ricordo di quel giorno? Il fango, un mare di fango racconta -. Ma anche il gelo, che però non m'impediva di mulinare sui pedali come pochi. Ricordo che un belga era all'attacco, aspetto che qualcuno si muova. Parte Dancelli e io gli vado dietro. In un amen torniamo sul fuggitivo, poi a Mons-en-Pévèle parto deciso e li lascio tutti lì. Gli ultimi 43 km li faccio da solo: arrivo al velodromo con oltre quattro minuti di vantaggio su Jan Jansen. Un bel ricordo». In quei primi anni di professionismo Felice va come un treno «Ma è un passaggio a livello ad impedirmi di realizzare un fantastico bis. Nel finale di corsa riesco a guadagnare 300 metri. Sembrano pochi, ma in una corsa così sono tantissimi, soprattutto se ti trovi solo a soli 30 chilometri dal traguardo. Sul più bello, quando già assaporavo il sapore della vittoria, mi trovo le sbarre di un passaggio a livello giù. Sono quelle che arrivano fino a terra, non si può nemmeno fare i furbi e provare a passare sotto. Mi fermano. Il gruppetto dei migliori torna sotto. Fine del sogno».

Il sogno di Gimondi si chiama Vincenzo Nibali. «Domani si corre la regina delle classiche, una corsa unica e affascinante. Vincenzo sarebbe perfetto per la Roubaix: ha coraggio e tecnica sopraffina. Ha tutto per fare bene. L'ha dimostrato al Tour di due anni fa, quando su quelle strade lastricate di pavé gettò le basi del trionfo alla Gran Boucle. I suoi tecnici pensano che sia troppo pericoloso. Io non la penso come i suoi tecnici. Oggi c'è troppo ragionamento, troppa prudenza. Poco cuore».