Questo il suo soprannome. Era considerato il più grande terzino di sempre

C'è stato un tempo in cui lo sport, e il calcio in particolare, era come il racconto di una fiaba. I narratori descrivevano fatti e personaggi che risultavano grandiosi alla nostra fantasia. Djalma Santos era una di queste figure, come Arturo Yamasaki. Un calciatore, terzino destro del Brasile campione del mondo e un arbitro messicano, l'uomo che partecipò alla partita del secolo, con lapide all'Azteca di Città del Messico, tra Italia e Germania quattroatre. In un giorno solo abbiamo perso il loro sorriso ma non la loro storia. Djalma Santos sognava di fare l'aviatore. Volò con la maglia di terzino verdeoro per grazia ricevuta. Faceva il calzolaio e per non perdere gli allenamenti con il Portuguesa il padrone del negozio gli permise di battere chiodi e cucire tomaie di notte. Santos, come si chiamava più semplicemente all'inizio della sua carriera, esordì nel mondiale del 1958 in Svezia grazie all'infortunio di De Sordi, fu il trionfo del Brasile in casa degli svedesi, la finale proprio contro i padroni di casa, vinta 5 a 2 portò alla gloria Pelè, di anni diciassette.
Djalma Santos, per nulla parente ma sodale di spogliatoio e di tattica di Nilton Santos, è stato definito il più grande terzino destro della storia del football mondiale. Soriano, scrittore argentino di fascino furbo, lo descrisse come un muro, la murhala fu il soprannome che si portò appresso. Ma nonostante l'appellativo e il ruolo di difensore mai andò incontro ad espulsioni, giocando sulla potenza esplosiva, nella corsa e nelle rimesse da fallo laterale, una specie di calcio di punizione o di corner "à la main". Aveva dato lezioni di calcio anche ai bambini italiani, aderendo all'invito di Sidney Cunha detto Cinesinho che aveva aperto una scuola di football a Bassano del Grappa.
Djalma Santos si era sentito male subito dopo la vittoria del Brasile sulla Spagna all'ultima Confederation Cup, ricoverato nell'ospedale Herlio Angotti di Uberaba, ha concluso ieri mattina la sua vita, a ottantaquattro anni, gli stessi di Arturo Yamasaki Maldonado, l'uomo che fece soffrire i tifosi tedeschi e italiani la notte messicana del diciassette di giugno del Settanta. Finì ai supplementari perché Yamasaki, peruviano di nascita ma messicano di nazionalità, volle concedere due minuti e mezzo in più nei tempi regolamentari, all'ultimo i biondi capelli di Karl Heinz Schnelliger mossero il nostro fegato, il tedesco del Milan pareggiò il conto, dopo il vantaggio di Boninsegna e Martellini Nando, telecronista, maledisse il cielo e il messicano con il fischietto. Vennero poi i supplementari, con Muller, Seeler, Burgnich, Riva e Rivera, così Yamasaki venne ringraziato per aver confezionato, a sua insaputa, el partido del siglo come sta scritto sulla targa dello stadio. Così si sono concluse due storie antiche, un tempo favole narrate, mentre la calda estate offre calcio parlato, velenoso e avvelenato.