Quinzi da favola: «Sogno uno slam»

La sua gioia è un fiume di parole. Incontenibile, nel voler condividere paure e speranze, promesse e traguardi. Una fiducia forsennata in se stesso che non suona però arrogante, piuttosto divertito stupore quando non trova conferma negli occhi dell'interlocutore di turno. Anche se Gianluigi Quinzi non è un ragazzo che indugia nel dubbio, anzi. Va troppo veloce, ha troppa fretta. Anche per quello, da bambino, preferiva lo sci al tennis. «E Alberto Tomba era il mio idolo». Più veloce, più adrenalinico. «In mezzo secondo ci si gioca una gara sugli sci, una partita di tennis ha tempi molto più lunghi». Nel suo caso, un'ora e 45'. Quanto è durata la finale juniores di Wimbledon contro il sudcoreano Hyeon Chung.
Due set per scrivere il suo nome nell'albo d'oro delle giovani promesse dell'All England Club. Dopo Bjorn Borg, Ivan Lendl e Roger Federer. Ma anche Diego Nargiso, l'unico azzurro capace di vincere sui prati di Church Road. Era il 1986. Ventisei anni dopo tocca al giovane Quinzi da Porto San Giorgio. Anche se in verità è nato a Cittadella, a otto anni è emigrato negli States, e ora risiede a Buenos Aires. In giro per il mondo, all'inseguimento del tennis. Da imparare e da giocare. Porto San Giorgio resta però il suo centro di gravità emotivo. Per dire. Quando ieri ha trasformato il match-point sul Campo n.1, non poteva crederci. Pensava di star sognando. «Ho guardato il mio box che esultava e non capivo cosa stava succedendo. Mi girava la testa, ho pensato di essere con gli amici in piazza a Porto San Giorgio». Invece si trovava a Londra e regalava all'Italia della racchetta un successo che vale come una gigantesca promessa. «Io sono convinto che se continuerò a fare bene tutte le cose, prima o poi una prova dello Slam la vinco. Uno Slam dei grandi, ovviamente».
Ma Gianluigi non è sempre così spavaldo. Ieri, nonostante alla vigilia avesse garantito la vittoria, ha accusato la tensione una volta in campo. Ma è stato bravo e maturo nel domarla. «La notte prima della finale non riuscivo a dormire e quando sono sceso in campo mi sentivo stanco e teso. Non ho giocato il mio miglior tennis, ma molto bene i punti importanti. Questa settimana mi ha fatto capire che gioco meglio sul veloce». Una consapevolezza che si è rivelata già al secondo turno. «Dopo aver vinto quel match ho detto al mio coach (Eduardo Medica, ndr) che avrei vinto il torneo perché sentivo davvero tanta fiducia. Adesso quando entro in campo sento di poter battere chiunque». Superato con lode l'esame di maturità sull'erba, ora lo attende l'università del tennis, un apprendistato che dai Futures lo porterà nei prossimi mesi a giocare i tornei Challenger. In attesa delle prime prove Atp 250. Un'ascensione graduale. «Non voglio bruciare le tappe, continuerò passo dopo passo. Tennisticamente valgo già i primi 50 al mondo, ci posso giocare alla pari. Ma poi vincono loro perché mentalmente non sono ancora pronto a quei livelli». È solo una questione di tempo, lascia intendere.

Commenti

G_Gavelli

Lun, 08/07/2013 - 12:08

Certo, ragazzo! Gioca a Bridge e prima o poi lo farai!