Rafa, il campione umile che riscopre la felicità con un oro da dilettanti

Nadal in lacrime dopo la vittoria nel doppio: nessuno come lui ha capito lo spirito olimpico

Marco Lombardo

nostro inviato a Rio de Janeiro

Roba da dilettanti la felicità, perché vivere così una settimana ogni quattro anni è il vero senso della vita. Rafa Nadal venerdì sera è tornato nella sua casa al Villaggio olimpico con un oro in bocca, quello del doppio con l'amico Mark Lopez, ed era felice come un bambino. Come un dilettante qualunque appunto, seduto su uno dei pulmini sgangherati che di solito smistano i pendolari carioca attraverso le favelas e che qui rappresentano una livella, il mezzo che riporta tutti allo stesso grado di notorietà. Perché nell'esercito degli atleti non ci sono generali.

E a Rio non ci sono in palio né soldi né punti per i divi del tennis, e proprio per questo Nadal è l'uomo che ha incarnato forse più di tutti lo spirito olimpico: ha voluto essere qui, ha voluto vivere al Villaggio, ha voluto essere felice. Mentre i milionari dello sport fuggivano dai Giochi e dal suo spirito: perché chi non c'era ha trovato scuse improbabili, mentre chi c'è ha fatto di tutto per restarne fuori. Rafa no, Rafa è un ragazzo come tutti, come gli ha insegnato Zio Toni, il suo coach fisico e mentale, l'uomo che gli ha spiegato che la vita va oltre un campo da tennis. E infatti: mentre i divi del basket americano alloggiano su una portaerei al largo di Cobacabana, mentre colleghi tennisti hanno scelto il conforto di un hotel, mentre c'è chi ha deciso di uscire dal caos di una coabitazione forzata per trovare la solitudine a 5 stelle, Rafa era lì in mensa, vassoietto alla mano, attorniato dall'ammirazione di chi esiste solo ogni quattro anni nelle cronache del mondo. «Non lo lasciano in pace un attimo raccontano i coinquilini del Villaggio - , anche mentre mangia c'è una continua processione per chiedergli un autografo o una fotografia. Eppure lui non si è mai tirato indietro, sempre sorridente, sempre sereno». Felice.

Rafa Nadal è questo, sacrifici e tranquillità, protetto da una famiglia che gli ha insegnato i valori per non restare un giorno senza una base a cui appoggiarsi. Perché il tennis, quello della ribalta, un giorno finisce, e ci vuole uno spirito olimpico per non trovarsi impreparati. Ed è per questo che Rafa ce l'ha messa tutta, prima di Rio, per tornare dall'infortunio al polso che gli ha fatto saltare ancora una volta la stagione più bella dell'anno: «E pensare che per 25 giorni non ho tirato neanche un dritto. Non ho potuto allenarmi, avevo davanti a me il vuoto. Quando sono sceso dall'aereo qui a Rio non sapevo neanche quante partite avrei potuto giocare. E invece sono arrivato sul podio, con l'oro al collo». E con le lacrime agli occhi, perché un dilettante conosce il valore del sacrificio.

Ieri Rafa era ancora in campo contro Del Potro, era il giorno della semifinale del torneo di singolare, in realtà l'obbiettivo principale della spedizione brasiliana. Ma questo per noi che lo guadiamo dall'alto, perché per Rafa la missione è comunque già compiuta. Nel tennis delle star, nello sport in cui conta solo un altro tipo di oro, Nadal ha dato la lezione che conta più di qualsiasi successo. Perché come spiega Zio Toni «Rafa sa che lui è speciale quando è in campo davanti a migliaia di persone che lo guardano. Ma anche che appena esce dal campo diventa uno come tutti, un ragazzo normale». Diventa un dilettante. Ed è felice.